Nella luce (In the light)

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In un pomeriggio afoso di metà Agosto risuonano echi d’oriente da un sintetizzatore. E’ l’intro di una canzone che racchiude un viaggio che è la vita stessa. E’ la vita personale, la vita di tutti. E’ il perdono che raramente ci concediamo. Come il costante tentativo di non abbandonarsi alla cupezza del cuore, alla tristezza grigia dei tempi odierni. I riff di chitarra ricordano che la vita è un saliscendi, che le forze residue ed il vento dell’energia spirano comunque, al netto del genocidio personale e sociale cui ci sottoponiamo. Le aperture richiedono coraggio e determinazione, tentativi spesso fallimentari per chi fa del disequilibrio la sua cifra stilistica.

Il disequilibrio è tremendamente umano, forse la condizione umana che più accomuna. E’ una sostanza emotiva fatta di sensi di colpa, di dolori derivanti dal passato, da quello ricordato e da quello arcano, dai condizionamenti che ci autoimponiamo da sempre, dalla famiglia di origine, dalle superficialità che spesso derivano da inconsapevolezza e fragilità. E da mille altre cose che piano piano si palesano, lungo il percorso della vita. Un passo dopo l’altro, un po’ si disvela ed arrivano nuovi veli. Coltri invisibili ma dense come nubi nere che preparano una tempesta violenta, espressione di fine estate. Questo è il gioco, tremendo ed affascinante. Tanto ci è concesso poiché tanto ci concediamo.

Storie personali che si intrecciano, nella luce e nell’ombra. Quella di un uomo che insegue l’amore come stato personalissimo, un sentire solo suo. Un uomo che ha amato per quel che si è concesso (come tutti), anche certamente nell’errore e nella inconsapevolezza, nella fragile consistenza di un sentimento così enorme che tutto fonda. Un uomo che conserva nella profondità del cuore e del corpo, nella memoria e nella smemoratezza. Nella sua imperfezione.

Concediamoci una pausa fatta di oblio, poiché nulla è stato perso, anche se il senso comune vuol farci credere questo. Concediamoci una pausa che risuona come un sintetizzatore orientale, una chitarra sognante che crea geometrie quasi angeliche, una batteria solida. Una pausa che è preludio di una ripresa, di una dolce voce che canta di luce, movimento e vita.

Auguriamoci tempo. Tempo per perdonare ed esser perdonati, per errare e per migliorare. C’è un mondo fuori ed una strana stanchezza che dilaga sempre più, una forza che allontana e disunisce. Iniziata decenni fa e spaventosamente accelerata oggi. Il tempo si restringe e sembra inghiottire la consapevolezza, poiché ve n’è sempre meno. E’ in atto un movimento che può essere colto se si osservano i volti stanchi, se si ha il coraggio di guardarsi dentro. Non è solo il dolore dei vissuti personali, è qualcosa che ad esso si somma. Come fosse un dolore universale, un accumulo di troppi errori e troppa negatività cui ognuno è sottoposto. Socialmente lo chiameremo neo-liberismo/capitalismo.

E’ tempo di diventar coraggiosi, iniziando dall’ammettere le proprie manchevolezze, i propri bassi egoismi. Non dimenticando le proprie potenzialità in quanto uomini. E’ tempo di parole che sono state già dette poiché la storia si ripete, è tempo di provare a darne una forza maggiore, oggi più di ieri, nuovo significato. E’ tempo di maggiore consapevolezza e nuove modalità di unione. Farsi carico di qualcosa, inizialmente anche in maniera istintuale, vista la fitta coltre del presente. E’ necessario parlarne, tornarci. Poiché tutto parte dall’interno ma fuori si diffonde.

Concediamoci una pausa ora, troppa tensione esige una certa dose di sana leggerezza. Troppo buio necessita di bellezza. E allora alziamo il volume e diamo spazio al capolavoro che alla luce invita.

Nella luce. In the light. Magistrale. Grazie Led Zeppelin.

L’orrore del contemporaneo 3. Ode al non ritorno, la necessità dell’umanità.

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Esplode una bomba sterminando decine di uomini, donne e bambini mentre un ragazzo vestito alla moda scompare nello schermo del suo ultimo modello di smarthpone, prolungamento della sua solitudine. Una donna piange nove figli morti in un unico e mirato atto terroristico mentre a centinaia scorrono likes e posts di una vacanza in crociera tanto agognata, già terminata, ricordo sbiadito. I corpi bruciati, lacerati, il livor mortis di un esile neonato mentre due scaffalisti si lamentano del datore di lavoro, nascosti tra le corsie di un supermercato, vili, pedanti, inconsapevoli sconfitti. Un primo ministro criminale ed un governo genocida sterminano e intendono esiliare un intero popolo dalla loro terra mentre al terzo piano di uno stabile come tanti, uomini come tanti frequentano un corso di criptovalute, sognano il guadagno virtuale per l’acquisto del nulla materiale. La differenza si manifesta nel grado di indifferenza. Il boato assordante di una bomba non è poi così diverso dal silenzio complice di una umanità maledetta. Benvenuti, questa è l’ode al non ritorno ed è tutto “tremendamente perfetto”.

Poiché ogni uomo proverà a vivere a suo modo, si disinteresserà totalmente dell’ambiente che lo circonda o inizierà un intimo e più complicato percorso singolare. Smemorati a noi stessi proveremo a guardare nello specchietto retrovisore e ci augureremo di non scorgere in lontananza nubi di fumo stagliate in cielo, uomini che fuggono all’impazzata mentre salutano, virtualmente, i propri cari. Ci saranno lacrime che scorrono sul viso dei molti, gesti di amore e compassione, un abbraccio donato ad uno sconosciuto poiché comune è la condizione di umana fragilità.

Quanto è difficile restare umani oggi? Per alcuni tale frase non ha alcun valore, alla ricerca di una propria via personale e personalistica. Ognuno ha le sue ragioni ed i suoi torti, le spine conficcate nel cuore e balsami da scovare in anfratti sempre più nascosti. E’ sempre una questione di proporzione, di misura. Ma in un mondo dove la dismisura è sola unità di misura resta difficile ricordarsene. Il sistema sociale ha vinto poiché noi gli abbiamo concesso di vincere. Ennesime catene che vanno ad aggiungersi alle catene che ci portiamo dalla nascita, da vite precedenti. Le più difficili da spezzare, il compito dell’ “uomo nobilitato”.

Molti ci hanno insegnato che nella massa l’uomo scompare, perde di peculiarità personale, dimentica giornalmente chi è, in nome di un’identità che deve essere sempre plasmabile, al passo coi tempi. Il taglio di capelli all’ultima moda, il posto fisso che diventa una prigione nella quale attendere la pensione come fine esistenziale. Piccoli mondi personali che cercano di costruirsi attorno delle certezze proprio nell’epoca della totale incertezza. La meta di una vita che perde di senso nello stesso momento in cui si perde di vista la centralità della ricerca.

A ricordarcelo ci pensano i malesseri diffusi, gli psicofarmaci sdoganati e normalizzati, i piccoli e grandi egoismi giornalieri, la rabbia ed il rancore che ci fanno giustificare il massacro, poiché il massacro trova terreno fertile nel nostro cuore. Quanto poco coraggio alberga nell’uomo oggi, quanto poco coraggio come effetto collaterale della comodità della società che (ci) consuma. Diapositive illusorie di un mondo dove si ha molto da perdere, dove ogni cosa perduta potrebbe portare al declino definitivo. Noi siamo i perduti, esseri errabondi e solitari. Anime inconsapevoli.

La coscienza individuale e collettiva latita, il cervello si abitua a ricevere input continui e fatica ad elaborare pensieri, argomentazioni, riflessioni. La creatività, l’immaginazione, l’ispirazione e l’intuito, veicoli superiori, sono costantemente sotto attacco. Dovrebbero tendere all’espansione ma, al contrario, sono forzatamente sostituiti dall’omologazione, dalla materialità insulsa, dalla ripetizione e dalla fredda logica razionale.

Per molti dei vaneggiamenti da complottisti della rete, discorsi di un certo intellettualismo pseudo-borghese fine a se stesso. I rassegnati e gli stanchi ripetono: “è sempre stato così, è la storia dell’uomo, è la natura dell’uomo ad esser corrotta”. I disillusi ricordano: “alla fine non si sta così male, era forse meglio ieri di oggi?. Gli schiavi invocano il principio di autorità, tremano al pensiero di rivolte personali e collettive. Obbediscono per non aver problemi, perché la maggioranza così fa, per essere parte della “mandria”. Prossimi step sociali: l’intelligenza artificiale, lo sviluppo sostenibile, la crescita economica e il lavoro dignitoso, l’istruzione e la qualità. Direi che siamo sulla buona strada. Dimenticavo, sconfiggere la povertà e la fame e costruire società pacifiche e inclusive. Ci siamo quasi, Gaza e similari esclusi.

Solo una la via personale e collettiva per contrastare le distopie del presente e del domani che verrà: l’umanità. Con un piccolo particolare rispetto al passato. Questa umanità deve essere declinata come necessità, come necessaria via alternativa a quella attuale. Gli attuali dis-valori devono essere bruciati e sostituiti da altri che sembrano dimenticati, in realtà sempre presenti in noi. Non sto qui a ripeterli, si rischia la noia e la pedanteria. Un primo passo verso un cambiamento personale che diventa poi sociale. E viceversa. Ognuno a modo suo, ognuno con la propria forza. Dal piccolo gesto all’estremo sacrificio. Ognuno con la propria Via.

Corrono veloci i tempi che viviamo, gli idoli sono talmente falsi e orribili che ne abbiamo assunto le fattezze mostruose. La maggioranza accetta tutto ed è sempre più triste e stanca. Il sistema crea il virus e l’antivirus. Noi ne siamo la cavia invece che i creatori. Il percorso è oggi più difficile di ieri. E domani lo sarà più di oggi. Per questo auguriamoci il non ritorno, affinché l’umanità possa nascere, con assoluta necessità.

“Quanto corre questo tempo odierno, quanto inutilmente ci si affanna mentendo puntualmente alla nostra essenza. Quanto timore nel provare a comprenderla. Non aver tu paura, o fanciullo speciale, poiché la vita protegge, che tu lo sappia o meno. Concedimi ascolto e prova a restare qui. Non è facile, forse impossibile ora. Altri universi chiamano e tu non puoi che rispondere. Eterno fanciullo che mai sarà adulto insegnami a non cedere alle paure del mio cuore, insegnami che in ogni istante possiamo cambiare noi stessi, insegnami la necessità umana della vicinanza dei corpi e delle anime. Restiamo in silenzio ed ascoltiamo Mozart. Nel tuo sorriso l’estasi, nel mio osservarti l’esserci. E’ per questo che io ti ringrazio“.


Torino

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Torino di notte è un crepuscolo perenne. I suoi palazzoni ricordano la sua natura di città operaia, nata per il lavoro e per il riposo che segue il lavoro. Alla fine dell’estate si sente ancora il vociare provenire dalle finestre aperte, tregua dal caldo torrido appena concluso ed al contempo necessità di vita che pulsa, in previsione delle stagioni più fredde. Dell’autunno, stagione per eccellenza di Torino, e dei suoi colori che creano distese rosso-giallo-marroni lungo i larghi viali alberati. Dell’inverno che verrà, del rintanarsi in un abbraccio che diventa conforto, occhi arrossati dal freddo e attesa delle giornate di luce. Si impara ad amare un sole differente, austero come possono sembrare certe giornate sempre uguali che portano a lavoro. Eppure affascinante quando si volge lo sguardo all’orizzonte, laddove illumina colli e monti che non possono che elevare, nonostante il nostro continuo tentativo di vivere rintanati nella parte più meschina di noi stessi.

Torino non è una città accessibile da subito, non regala se non ci si dona. Non mente e non promette. Esige sforzo e determinazione ma non chiede uno sproporzionato sacrificio per essere vissuta. Ha varie anime, umori e vesti. Ed è possibile scegliere quella che si addice di più, purché modellata e cucita ad arte. Torino è inafferrabile perché enigmatica, ermetica nell’essenza ma capace di compagnia discreta. Non chiede di essere amata a tutti i costi ma esige del tempo, occulta se stessa e si ritrae se vuoi possederla, porge una mano delicata ma solo a chi ha sguardo abile ed il giusto tempismo.

Torino ha una personalità insicura perché complessa e sfaccettata. Chiede un rinnovamento ma non vuole perdere la sua storia particolare. E la sua particolare identità che risiede nella sua complessità. Nonostante ciò è la città più meridionale del nord, pregi e difetti annessi. Vorrebbe essere ordinata ma possiede una vena sovversiva. Vorrebbe essere elegante ma ha uno spiccato cuore popolare. Palesemente materiale ed esoterica al contempo.

Torino è una città incompiuta proprio per le troppe anime che la caratterizzano. In questo penso risieda la sua “condanna” e la sua bellezza. Non sarà mai Milano, simbolo del “progresso”, triste vessillo della società del capitale. Non sarà mai Bologna, dal caratterizzante retaggio storico, attualmente sbiadito ma impossibile da dimenticare fino in fondo. Non sarà mai Napoli, ultimo baluardo italiano all’omologazione della società di massa poiché corpo a sé in un organismo più grande.

Torino è casa se decidi di volerla rendere la tua casa. Non ti chiede di restare poiché non conosce la possessività. Non ti chiede di andare, poiché non conosce la sgarbatezza e la violenza. Torino ti lascia scegliere. Forse questa è la sua regola d’amore. Ed in questo consiste il suo inganno.

Ritratto notturno

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Esile corpo di uomo, mai morto e mai nato,

stanco ma combattivo come Natura insegna,

il tempo è un dono, prezioso alleato,

la notte è sonno, incubo o veglia“.

Nel silenzio di una notte che trascina con sé ferite mai curate a sufficienza, un fanciullo, ragazzo e poi uomo cerca conforto nel ricordo e nelle aspettative del futuro. Una bottiglia di rosso sul tavolo oramai vuota ed un’altra in procinto di terminare non sono un viatico per la fuga dalla realtà ma solo un piacere momentaneo, bohemien, solitario.

Rifugge la necessità, inganna il tempo nell’attesa di divenire ciò che è, il più grande e magnifico degli umani misteri. O forse, semplicemente, la più grande ed importante delle sfide. Anche nella confusione di una vita senza una precisa direzione, ha deciso che la vivrà fino in fondo. Sa, come fosse una sentenza, che non ci sono altre possibilità se non questa. Non esiste fedeltà ad alcuno se non a se stessi ha appreso anni addietro, attraverso letture che hanno risuonato istantaneamente con il suo essere.

Poche parole, pur essendo abituato a parlare molto, spesso troppo. Deve ancora imparare che l’essenziale può esser espresso in modo essenziale. Ogni giorno una scoperta, poiché mal tollera l’abitudine e la monotonia di una vita priva di passione. Il caos come scelta, non come costrizione. Il silenzio come scoperta, come pacificazione. La gratitudine per aver ricevuto, per aver donato. La compagna Ricerca.

Così recita l’uomo, ragazzo, fanciullino rinato.

Donna ferita, impaurita e tremante,

lascia che io vada, che io vada da solo,

lungo la strada, eterno viandante,

un compito solo, donarsi il perdono“.

Laddove tramonta il sole i giusti disimparano, per poi sapere

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Laddove tramonta il sole i giusti disimparano, per poi sapere. L’infinita distesa azzurra accoglie e rigetta, le onde oceaniche che accarezzano e forte colpiscono rimandano ai movimenti della vita stessa.

Un bambino dai capelli ricci, color oro, calpesta i gusci luminosi intarsiati nella sabbia, espressione e riflesso del gioiello più prezioso tra tutti i gioielli. La meraviglia del creato è visibile ad occhi innocenti, i sensi maggiormente sviluppati, la scoperta di chi ha la naturale voglia di conoscere, il dono del presente come dolce alleato. Corre lungo la riva sorridendo ai passanti, affonda le mani nella sabbia bagnata ed osserva le nuvole che, magicamente, sono trasportate via dal vento del sud.

Sugli scogli, alla destra di un peschereccio arrugginito, siede un uomo sui 50 anni, sguardo immobile ed il volto chino per proteggersi dal sole cocente. Troppi anni ha perduto, diventando solo e dall’ermetico cuore nero. Ha una vita come molti, relazioni, un lavoro, delle distrazioni. Un sogno nel cassetto ormai dimenticato, quel sogno che da bambino aveva promesso a se stesso. Nessuno potrà restituirgli ciò che ha perduto, la vita non dona se non ci si dona.

Nelle stagioni della vita tutto ha un senso e tutto scorre. Celato dalla personalità e da una serie interminabili di futilità, l’uomo si tracina nell’apparenza di un teatro ove inscena il ruolo della comparsa e del vinto. Cerca di riempire le sue giornate sempre uguali con l’abitudine, in essa si illude di trovare quella sicurezza che è puro inganno, barattando la gioia della scoperta con l’apparente monotonia dell’esistenza.

Una volta trasportato dal vento che soffia maestoso e dirige dove vuole, si ritrova al quinto piano di un appartamento di una grande città e, di quella casa è oramai divenuto ornamento e presenza superflua. Alcuni dicono che possedere è un po’ come essere posseduti ma l’uomo ha sempre pensato che l’avere è propedeutico all’essere. La fatica dell’accumulazione esterna lo ha impegnato giornalmente e gli ha permesso di focalizzarsi sugli obiettivi del domani. Una promozione a scapito del collega distratto dal divorzio incombente, l’acquisto a rate di una macchina troppo grande da parcheggiare agevolmente ed una collezione di istantanee da far brillare sui social preferiti.

Ha intrapreso il viaggio dell’invidia e della competizione, ricevendo il premio della sua stessa schiavitù. Da quel giorno ha venduto l’anima all’indifferenza ed ha una costante paura del pentimento, perché significherebbe doverne fare nuovamente i conti.

Ora, in un tempo e in un luogo indefinito, sotto il sole ardente di un’estate implacabile, quel bambino ricolmo di vita e quell’uomo indifferente condivideranno qualcosa senza averne consapevolezza. Non vi è possibilità di proroga ed il mare immenso ne è testimone. Osserva ma non giudica, come è nella sua natura. L’orizzonte rappresenta l’infinità delle scelte in fieri, quelle fatte e quelle che verranno.

E laddove tramonta il sole, sguardo teso all’orizzonte, l’uomo siede con occhi colmi di lacrime. La malinconia gli sussurra che troppo è il tempo perduto, troppe le stelle mai osservate nelle notti rivelatrici, troppi gli errori cui non è più possibile riparare. In lontananza una piccola barca procede lentamente mentre una coppia, sulla riva, danza sulle note di una sinfonia di Tchaikovsky che risuona da chissà dove, le loro ombre riflesse nel mare azzurro-scuro ed i capelli di lei oro nel vento, con movimenti a tratti sincopati.

Il bambino, splendente d’oro, vive totalmente il presente. Incosciente e preso dalla energie che la natura/vita infonde al suo piccolo essere si addentra nel mare perché ha deciso di voler raggiungere la barchetta ad ogni costo. La sua inconsapevolezza lo spinge ad inoltrarsi sempre di più, mentre il mare si increspa dapprima, ondeggia poi, infine diviene tempesta. Un temporale estivo, ed il cielo si scurisce. Le onde copiose sbattono forte sull’esile corpo fanciullo, lo trascinano giù, lo sguardo ora impaurito viene presto sommerso dalla distesa infinita. La sinfonia che risuonava lascia il posto al rumore del mare in tempesta, la coppia di innamorati è già lontana.

L’uomo, accortosi dell’accaduto, corre con tutte le sue energie e, con una determinazione che lo aveva abbandonato da troppo tempo si tuffa nel mare in tempesta ed in pochi secondi raggiunge il luogo dove il bambino è scomparso. Lo cerca dappertutto ma nulla, le immersioni sono vane ed il cuore nello sforzo continuo profuso sembra vicino al collasso. Dopo svariati minuti di ricerca, ansimante ed esausto, perde qualsiasi speranza di ritrovare il fanciullo. La pioggia incessante ed il cielo scuro rendono il mare un nemico che sembra aver vinto la sua sfida contro l’essere umano.

L’uomo, sconvolto e nel cuore la più grande sconfitta tra le sconfitte, si dirige faticosamente verso la riva e, una volta arrivatoci, scoppia in un pianto inconsolabile. Il pianto sembra quello di un bambino, le sue mani sono bianche e piccole e su esse cadono gocce di pioggia enormi. Si gira osservando il mare ma la prospettiva è nuova, come se fosse alto 1 metro o poco più.

Ed in quel momento, quasi istantaneamente, la pioggia si placa ed il mare inizia lentamente a quietarsi. Il neo-bambino sente una fragorosa risata alle sue spalle. Si gira repentino ed il suo volto osserva un uomo sui 50 anni, dai capelli ricci color oro che così gli parla:

“Perché sei venuto a cercarmi? Alle volte bisogna, come dire, morire per poi rinascere”

Il neo-bambino attonito lo guarda e gli risponde:

“Perché volevo salvarti, eri solo un bambino e non potevo non farlo, sarebbe stata un’ingiustizia insopportabile”

L’uomo dalla bionda chioma, con una dolcezza che è quella di chi si è perdonato ed ha perdonato, risponde:

“Io sono te piccolo mio, e tu sei me. Non lo hai ancora capito. Fanciullezza e maturità sono in noi. Gioia e dolore, odio ed amore, vittoria e sconfitta, profondità e spensieratezza. La nostra moltitudine fa di noi la nostra unicità. In ciò risiede la nostra bellezza, anche nel ricordo e nella dimenticanza. Non aver paura, vieni qui e fatti abbracciare. E’ tempo di andare, presto un’altra giornata verrà ed il gioco della vita riprenderà la sua danza infinita. Senti il vento come spira dolce ora, eppure fino a poco fa ne avevo e ne avevi paura. E’ tempo di donar riposo alla nostra follia ed al nostro coraggio, andiamo piccolo mio”.

La tempesta è ormai passata, tutto schiarisce ed in quel momento il sole inizia la sua discesa verso la distesa d’acqua oramai pacifica. L’uomo ed il bambino si incamminano, mano nella mano, verso un luogo non ancora conosciuto e verso un tempo infinito. Incrociano il loro sguardo e sorridono allo stesso modo, perché sono l’uno specchio dell’altro. Il cielo è rosso, le mani salde, i cuori decisi ed amorevoli. E loro procedono. Poiché laddove tramonta il sole i giusti disimparano, per poi sapere.

Conclusione, riflessioni sparse

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Anche lo lotta verso la cima basta a riempire il cuore dell’uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Albert Camus

Arrivare alla conclusione di un percorso così arduo come quello appena delineato ha la stessa valenza di tutto quanto detto fino ad ora. Non vi è pretesa di esaurire alcunché (ammettendo sia possibile) ma solo piccoli spunti di riflessione sullo stato della cultura e dell’educazione oggi. Osservato da uno specifico punto di vista che è quello sociale, poiché non vi può essere cultura ed educazione senza cercare di comprendere una società mai così complessa, multiforme, in continua evoluzione. Ciò che la scuola dovrebbe fare è, appunto, tentare di comprendere quelli che sono i cambiamenti radicali che stiamo vivendo ed attuare nuove modalità e percorsi di insegnamento, apprendimento e valutazione. La società attuale, come abbiamo detto, tende ad una forte omologazione, incentrata sull’esteriorità che diventa anche interiorizzazione, personalità sociale ed esserci nel mondo. Gli spazi di riflessione delle nuove generazioni (e non solo) sono estremamente ristretti per i flussi continui di comunicazione cui sono bombardati. La società degli ultimi anni si palesa mediante differenti forme di relazione che stanno cambiando in maniera significativa, regredendo in direzione di una divisione sociale ed umana che sembra non arrestarsi. Una moltitudine di problemi che nascono su un piano sociale sono affrontati in una dimensione solitaria ed individuale. Meno luoghi di aggregazione vuol dire meno pensiero condiviso, la mancanza di uno Stato Sociale presente ed operante porta ad un processo di continua privatizzazione dei saperi, in direzione della creazione di sempre nuovi servizi che esigono uomini-utenti. Molto spesso, il fine ultimo della cultura non è rappresentato da un miglioramento personale e, conseguentemente, sociale ma dall’acquisizione di nozioni e competenze che possano essere spendibili in un mercato del lavoro sempre più caratterizzato dalla richiesta di profili elevati e da una competizione spietata, tanto più in periodi di crisi economiche che potremmo definire strutturali del mondo occidentale. Il compito dell’educatore e dell’insegnante oggi deve essere valoriale, etico e pedagogico. Attento osservatore della realtà che vive e di quelli che sono i suoi cambiamenti, in direzione di una tutela dell’uomo in primis. Una “missione” se vogliamo, ancor prima che un lavoro. Poiché ogni epoca reca in sé i suoi germi e la sua peste, per dirla alla Albert Camus, non dobbiamo pensare che il progresso stia facendo il suo naturale corso e ci porterà ad una condizione sociale più equa e giusta. Pensare noi stessi come semplici osservatori di questo processo ineludibile, ci rende spettatori passivi e non protagonisti di un benché minimo cambiamento. Tante sono le problematiche che attanagliano l’attuale società. L’ 1% della popolazione mondiale possiede circa il 90% delle ricchezze presenti. Vi è una fortissima disparità nella distribuzione delle ricchezze e un progressivo processo di svuotamento di potere dal pubblico al privato. L’omologazione della società neocapitalista e neoliberista ha prodotto un pensiero unico a livello globale basato sull’apparenza, sulla competizione, sull’accumulare quanto più possibile nel minor tempo possibile. La totale imprevedibilità del vivere odierno porta l’uomo ad una trasformazione radicale, ad un’estraniazione da sé stesso in molti casi, ad un allontanamento dai bisogni reali e da legami solidi e portatori di stabilità psico-fisica. Né è prova l’aumento del consumo di psicofarmaci in tutti i paesi occidentali. Con un madornale errore di fondo, ossia intervenire sulla manifestazione del disagio senza interrogarsi sulle cause dello stesso. Le migrazioni stanno mutando fortemente il tessuto sociale che viviamo, con tutte le conseguenti difficoltà tipiche di una società basata su modalità di separazione e paura indotta piuttosto che su valori di interazione e condivisione. Potremmo continuare con molti altri esempi ma non è nostro compito fomentare il fatalismo e la negatività. Vi è un dato nuovo, caratteristico di questa società, ossia la fine di tutti i valori così come li conoscevano le vecchie generazioni. In questa situazione molto simile ad una tabula rasa, l’essere umano si ritrova smarrito ma, al contempo, privo di sovrastrutture e, in un certo senso, in una condizione dove tutto è potenzialmente possibile. Compito delle future generazioni, guidate da educatori e maestri adeguatamente formati ed umanamente impegnati, sarà quello di ripensare una società che metta al centro il benessere dell’uomo prima di ogni cosa. Utilizzare le tecnologie e le nuove forme di comunicazione per veicolare messaggi di solidarietà e di comprensione, di collaborazione e di condivisione. Educare ad una nuova economia che non sia mirata all’accumulazione ma al benessere del singolo e, contemporaneamente, al benessere della comunità-mondo di cui si fa parte. Educare ad un uomo nuovo, che riconosca i suoi limiti e che si riappropri della sua essenza. E, anche laddove questo percorso culturale e di impegno concreto possa sembrare totalmente utopistico e fallimentare, raccontare alle nuove generazioni che l’utopia di una società più giusta ed umana varrà, comunque, più di una disillusione accettata nella miseria.

Capitolo 3: In cammino

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In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati”. Zygmunt Bauman

La società attuale è stata invasa da un processo rivoluzionario che ha cambiato radicalmente il suo volto nel giro di alcuni decenni. È estremamente complesso parlare della società attuale poiché muta forma ed aspetto con la velocità di un aereo di ultima generazione. Una caratteristica predominante è la sensazione di smarrimento, di cui abbiamo già parlato. Il passato non contiene più in sé nessuna promessa e tutte le ideologie storiche e storiciste sono state superate. Zygmunt Bauman, nel suo libro Modus vivendi, comincia col delineare le paure che caratterizzano la società moderna, da lui definita “liquida” per le sue caratteristiche. La società odierna è totalmente interconnessa a livello informativo. Avvenimenti, ingiustizie ed azioni da una parte del mondo creano conseguenze a migliaia di chilometri. Al benessere di un luogo fa da contraltare naturale la sofferenza di un altro. Lungi dall’essere una società giusta, il 90% della ricchezza totale del pianeta resta nelle mani dell’1% degli abitanti; la nuova classe dominante. La classe media si fa proletaria e i ricchi aumentano il loro capitale in maniera scandalosamente vertiginosa. Ci ritroviamo dunque a vivere in una società aperta, continuamente esposta al fato ed alla contingenza, mentre nascono movimenti che tendono alla chiusura dei confini. Sempre più partiti politici, espressione di una larga fetta di cittadini insoddisfatti ed impauperiti, chiedono a gran voce il ritorno al sovranismo. Talora sullo sfondo ma sapientemente utilizzati dai media mainstream per scopi politici, riconosciamo i pericolosi “prodotti di scarto”, ossia il nazionalismo, il fanatismo religioso, i fascismi ed i terrorismi.

Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l’autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il “progresso”, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata di distopia e fatalismo”.

Notiamo, in questo senso, che la prospettiva distopica del futuro è conseguenza della mancanza totale di utopia odierna. Una vera e propria deriva esistenziale. Un aumento smisurato dell’insicurezza e della paura che trasforma, dice Bauman, il paradigma dello stesso Stato. Da “Stato sociale”, una volta incaricato alla protezione dei suoi cittadini dal disagio sociale, allo “Stato dell’incolumità personale”, fondato sulla paura di fantasmi sempre nuovi, funzionali ai politici per conservare il potere. Nella modernità “solida”, la gestione della paura era demandata alla rete di enti, come le associazioni, i sindacati e collettività che erano scandite da una routine e, in quanto tali, davano un senso di appartenenza e di solidarietà alle persone che in esse si identificavano e ne facevano parte. Nella modernità liquida deregolata, tendente alla privatizzazione di tutto, la paura è trascinata nella sfera privata, appunto. La “cosa” pubblica è amministrata in larga parte dal privato e il suo modo di essere, ossia l’esser competitivo, ha preso il posto della vecchia solidarietà. Venendo a mancare la solidarietà viene meno una prospettiva di percorso comune. Il vissuto si trasforma in un vivere all’istante ed il vivere all’istante è contrario a qualsiasi vincolo. La stessa cultura ha cambiato la sua declinazione da “obbligo” ad essere “incline”. Tutti noi ci siamo sentiti ripetere questa frase, almeno una volta: “Per essere felici devi comprendere quella che è la tua vera inclinazione, ciò che ti piace fare. Solo in questa maniera potrai raggiungere i tuoi obiettivi, perseguire i tuoi sogni. Realizzare te stesso!” Cosa vuol dire questo calato nella attuale società? Come sappiamo, l’ambiente sociale che circonda l’uomo influisce su di lui in maniera decisiva. Ne traccia le strade invisibili, che sono appunto le strade del consumo e del desiderio infinito. La società dei consumi nasce dal desiderio infinito e, in quanto tale, deve riprodursi continuamente senza freno alcuno, né temporaneo lockdown. Mi permetto di utilizzare questa parola anglofona perché specchio dei mesi che stiamo vivendo a causa del Coronavirus. Una novità assoluta nello scenario mondiale, esempio di paralisi sistemica mai accaduta storicamente poiché figlia di una globalizzazione che è un tratto tipicamente odierno. Abbiamo notato tutti noi come, dopo una prima fase di “salvaguardia dei corpi”, è subentrata la paura di un collasso economico, una volontà forzata di ripresa ed un ulteriore incertezza circa il futuro del nostro paese, già caratterizzato da una critica situazione economica. Nei mesi di lockdown abbiamo letto sui quotidiani, talvolta, di una società non più a misura d’uomo, da ripensare. Di come, per molti, la normalità pre-lockdown fosse una normalità non così normale. Approfittare di questo periodo di blocco forzato per ripensare alle relazioni umane ed ai valori ad esse sottesi, a nuove forme di sviluppo economico in direzione di una sostenibilità e rispetto verso un ambiente sempre più malato. Abbiamo assistito a dibattiti sulla tecnologia e sul suo sviluppo, su ciò che possiamo definire realmente progresso e quello che è uno specifico progresso scientifico. Molte sono le discussioni aperte e rimaste tali. Riflettendo su questi interrogativi ci si potrebbe chiedere se siano anch’essi un desiderio di ripensamento reale o un semplice capriccio egocentrico. Zygmunt Bauman nota come la società dei consumi attuale non sia più basata sul desiderio ma sul capriccio:

Oggi tocca al desiderio essere abbandonato. La sua utilità è venuta meno: una volta portata l’assuefazione dei consumatori al suo stato attuale, non è più in grado di dettare il passo. C’è bisogno di uno stimolante molto più potente e soprattutto più versatile per mantenere la domanda di consumo a un livello adeguato all’offerta. Il “capriccio” rappresenta tale indispensabile sostituzione, completa la liberazione del “principio del piacere”, eliminando i residui impedimenti del “principio di realtà”.

Bauman osserva, tra altre mille caratteristiche della attuale società, le forme dei legami umani caratterizzata dalla precarietà come condizione preliminare. Gli adolescenti odierni, educati spesso alla competizione e al prevalere come modalità di esserci, si scontreranno in futuro con una realtà che già oggi mostra tutti i suoi difficili scenari di adattamento. Con il passare degli anni la condizione del lavoratore e la sua rappresentazione sociale in quanto lavoratore diviene sempre più fragile. Nei paesi cosiddetti ricchi la disoccupazione è un fenomeno strutturale e viene accettata come tale. Il “progresso tecnologico”, con la sua razionalizzazione del lavoro, tende a creare sempre meno posti di lavoro. I lavoratori non impiegati sono in sovrannumero, il posto fisso è una lontana ed agognata utopia. Ogni uomo, a qualsiasi età, rischia di ritrovarsi senza lavoro e dignità e deve essere pronto a re-inventarsi in ambiti anche molti distanti rispetto al suo personale curriculum. Le condizioni economiche e sociali di precarietà vanno a condizionare fin nel suo aspetto genetico l’uomo, portandolo ad un disgregamento dei legami umani, delle comunità e delle unioni. Come reazione a questa insicurezza endemica, assistiamo al ritorno di una “Voglia di comunità” poiché simbolo di un vivere basato sulla fiducia e sulla condivisione. Ma dimentichiamo che laddove vi è comunità vi è minor libertà. Ciò che si viene a creare, dunque, è una dicotomia tra libertà e sicurezza, specchio della dicotomia umana, inconciliabile nella sua essenza. Nella società attuale il valore predominante, anche per struttura della società stessa, è la libertà. O l’ipotetica libertà. La sicurezza è infatti possibile in una piccola comunità, capace di darsi confini, difendersi dall’esterno, dal nemico. Nulla di più lontano dalla attuale società globale che ha, tra i suoi fenomeni costitutivi, le migrazioni, dunque l’incontro-scontro continuo tra culture differenti.

Un’umanità migrante

Il tema delle migrazioni è un tema centrale poiché fenomeno totalmente nuovo in queste proporzioni e destinato, che lo si voglia o no, a mutare radicalmente il tessuto sociale mondiale. Ogni migrazione porta con sé il tema culturale poiché migrare vuol dire conoscere un luogo altro rispetto a quello di provenienza, confrontarsi con lingue differenti, retaggi culturali propri del luogo, valori e norme peculiari. La società globale ed omologante tende a veicolare la promessa di uguaglianza tra tutti. Quanto c’è di vero in tale promessa? Tutti ricordiamo quando, dai media mainstream, si levarono cori antirazzisti come conseguenza dell’omicidio a sfondo razziale dell’afro-americano George Floyd. I problemi razziali sono ancora fortemente presenti in molte parti del mondo e, in alcuni stati come il nostro, le migrazioni rappresentano un fenomeno nuovo, spesso trattato ancora con un’impostazione emergenziale piuttosto che sistemica. Quando parliamo di migrazioni, solitamente, ci troviamo ad immaginare una linea di pensiero ideale, un continuum che spazia dalla prospettiva multiculturale al principio di assimilazione. Sempre più studiosi sono concordi oggi nell’affermare che l’approccio multiculturale sia sempre più difficile da praticare, considerando l’eterogeneità del tessuto sociale che viviamo. All’opposto, troviamo il principio di assimilazione basato sull’assunto che la minoranza etnica presente in un dato territorio tende ad essere assimilata poiché riconosce la “superiorità” della società ospitante, perdendo conseguentemente gli elementi culturali propri. La pratica, come spesso accade, è sensibilmente distante dalle teorie. Tanto più la globalizzazione mostra le sue contraddizioni, tanto più la situazione economica e sociale sembra peggiorare, tanto più la società continua a scavare nei solchi della divisione sociale, maggiormente assistiamo alla nascita di partiti e movimenti popolari nazionalisti, minoranze estremiste, razziste e violente.

Viviamo nell’epoca della grande e sempre crescente migrazione su scala globale. I governi fanno di tutto per sembrare di ingraziarsi gli elettori – inasprendo le leggi sull’immigrazione, limitando il diritto di asilo, offuscando l’immagine degli immigrati economici che, a differenza degli elettori incoraggiati a mettersi gambe in spalla alla ricerca della felicità economica, hanno anche la sventura di essere stranieri…I governi e gli avvocati da essi assoldati fanno l’impossibile per tracciare un confine tra la libera circolazione di capitali e investimenti e le trasmigrazioni di cercalavoro che essi, per non essere abbandonati dagli elettori, aborrono pubblicamente”.

Ma tale trasmigrazione non accenna a fermarsi e, probabilmente, continuerà per un numero indefinito di anni. Gli stati nazionali sono stati superati da una sovrastruttura economico/finanziaria globale che ha logiche proprie. La società del disimpegno permea la vita di milioni di uomini, costretti a sviluppare la propria personalità come fossero merci pronte al trasferimento, uomini solitari alla ricerca di un qualcosa che non ha forma, né destinazione. Zygmunt Bauman tratteggia quella che definisce “l’ideologia della fine dell’ideologia”, una condizione che caratterizza l’uomo odierno calato nel disimpegno e nell’eccesso del consumo come unica forma di rappresentarsi, di esserci e di essere socialmente presente. Molti uomini, oggi, sono impegnati nella ricerca di una migliore forma di umanità, ma tale ricerca risulta essere quasi sempre individuale poiché la società non produce più orizzonti di senso nei quali l’essere umano può identificarsi. Il riconoscimento di vivere un mondo variegato dal punto di vista culturale è l’inizio del processo e non la fine, una strada delineata di cui non conosciamo minimamente la meta. La politica del riconoscimento dell’altro deve basarsi, in ultima analisi, sul carattere universale dell’umanità. Tale carattere non è assolutamente in contrapposizione con il pluralismo delle forme della vita umana ma è fondamento primo per l’accettazione delle stesse. Zygmunt Bauman ci ricorda che, mai come nella nostra epoca, vi è una costante ricerca di umanità comune e che, tale ricerca, assume un carattere d’urgenza, che faccia da contro-bilanciamento alla mole di conflitti sociali, politici ed economici oggi presenti. Ciò che bisogna perseguire è una nuova strada che tenda alla giustizia sociale e una maggiore sicurezza, intesa come condizione necessaria per il dialogo tra le culture:

Ridurre la questione dell’insicurezza endemica all’esistenza di minacce reali o presunte alla peculiarità comunitaria è un errore che svia l’attenzione dal problema reale. Oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo alle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona. Le radici del prevalente sentimento di insicurezza affondano nel sempre più ampio divario tra la condizione di “individualità de iure” e l’obiettivo di acquisire una “individualità de facto”. L’erigere comunità fortificate non aiuta affatto a ricomporre tale divario e al contrario contribuisce fortemente a rendere più difficile, per non dire impossibile, tale ricomposizione. Anziché mirare alle fonti dell’insicurezza, quest’opera di fortificazione distoglie da esse tutta l’attenzione e l’energia. Nessuno degli avversari in lotta nell’odierna guerra del “noi contro loro” ne guadagnerebbero in sicurezza, ma tutti diventeranno bersagli più facili, o addirittura immobili, per le forze della globalizzazione, le uniche destinate a trarre vantaggio da una sospensione della ricerca di un’umanità comune e da un controllo congiunto sulla condizione umana”.

L’utopia in Lewis Mumford

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Nell’introduzione del suo libro, Lewis Mumford distingue due tipi di utopia: l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione e così le declina:

La prima lascia il mondo così com’è; la seconda tanta di cambiarlo per mettersi in relazione con esso alle condizioni desiderate. Nell’una costruiamo impossibili castelli in aria; nell’altra consultiamo un geometra, un architetto, un muratore, e iniziamo la costruzione di una casa che soddisfi le nostre necessità fondamentali altrettanto bene di quanto sono capaci di soddisfarle le case di pietra e calcestruzzo”.

Fin dai tempi dell’antica Grecia, Platone parlava di stato ingiusto, di un ente che, in un certo senso, prevaricava e travalica il benessere del singolo che lo abitava. Un’entità che tende all’espansione. Uno stato che perde i suoi confini lo farà per l’aumento del desiderio e dei beni superflui. Allo stesso modo, la volontà di conquista di ulteriori terre e l’accumulazione delle ricchezze portano gli uomini ad uscire dai propri confini, nel tentativo di impossessarsi di possedimenti e beni altrui. L’effetto di tale volontà è, in sintesi, l’inizio della guerra, ossia l’appropriarsi di ciò che non è mio. L’accrescimento della produzione ha, quindi, un effetto negativo sulla collettività, così come l’accrescimento dei desideri sul singolo individuo. Platone non prende in considerazione diversi standard di vita riferiti alle diverse classi sociali ma, in una sorta di ancestrale socialismo, ipotizza la diffusione del necessario per tutti gli uomini e l’eliminazione del superfluo. Questo “schema di vivere” implica una serie di piccole comunità autosufficienti, composte da uomini che lavorano seguendo le proprie attitudini e le qualità personali. Politicamente, il suo stato ideale è sorretto dal concetto di giustizia (oggi aggiungeremmo sociale). Elemento fondamentale nell’utopia di Platone è ovviamente l’educazione, non da intendersi come mera istruzione sui libri ma come visione d’insieme di tutte le attività che caratterizzano la vita di una persona. Educazione sorretta da un principio di bene comune, poiché:

Egli pensava che da gente che abitualmente pone le proprie comodità e la propria “felicità” al di sopra dei propri doveri, non potessero scaturire attività disinteressate, vasti pensieri e una chiara visione del mondo”.

Siamo palesemente di fronte ad un’utopia che, se declinata rispetto ai dettami della attuale forma di società, stride in maniera violentissima. Chiaro che siamo esattamente agli antipodi di essa, vivendo una società fondata sul superfluo, dove il concetto di necessario per tutti è lungi dall’essere raggiunto, basata su un ideale di giustizia svuotato completamento di senso. Una società dove l’educazione al “dovere” inteso come rispetto della collettività e di un’idea di bene comune ha lasciato, tragicamente, il posto ad un’educazione competitiva, personale, nozionistica e finalizzata al raggiungimento di una posizione sociale, di uno status a tutti i costi. La meta da raggiungere è altresì il benessere economico, il consumare preferibilmente in solitudine. Lewis Mumford, continua il suo interessante resoconto della storia dell’utopia, passando per gli anni del Rinascimento alla Rivoluzione industriale, alle utopie di un mondo tecnologico che avrebbe permesso all’uomo di lavorare meno e di dedicare maggior tempo alle proprie passioni ed al proprio tempo libero, ecc. Molto interessante il suo ultimo capitolo: I mondi incompleti scompaiono dove parla di come, nel corso dei secoli, si sia sviluppato un processo di radicale separazione della scienza e dell’arte. Arte che è il contrario di omologazione ed appiattimento. Creatività e non assimilazione passiva.

Quello a cui sono contrario è la maniera in cui il campo proprio del vero artista è stato ridotto durante gli ultimi trecento anni in modo che è diventato sempre più caratteristico dell’artista di concentrarsi solamente sulla pura esperienza estetica e di difendere il proprio isolamento da tutto ciò che è al di fuori di questo dominio….il punto è che esiste una funzione artistica che deve essere svolta nella comunità e per la comunità, così come ne esiste una nel mondo dell’arte per quelli che sono innalzati al livello di arte”.

Lewis Mumford critica fortemente una mentalità che esclude completamente il pensiero utopistico, auspicando lo sviluppo di un mondo più nobile. Poiché uno dei principali fattori che possono condizionare il futuro è il credere appunto nell’’utopia, come mezzo per la realizzazione pragmatica della stessa. Vediamo che, scorrendo la storia dell’utopia, la collettività ha un valore centrale. La terra e le risorse naturali appartengono all’intera comunità, anche il lavoro è funzione comune e tutti devono prenderne parte, che sia manuale o intellettuale. Anche il luogo ha una sua importanza. E quella che Mumford chiamata eutopia, ossia la buona utopia, si stabilisce in paesi in cui la civiltà metropolitana è caduta e dove “tutto il suo prestigio fatto di carta non è più accettato come moneta corrente”.

Il compito più importante che ci aspetta in questo momento è di costruire castelli in aria. Non dobbiamo avere paura, come Thoreau ci ricorda, che il nostro lavoro vada perduto. Se le nostre eutopie sorgono dalla realtà del nostro ambiente non sarà difficile gettare delle fondamenta al di sotto di esse. Senza un piano concordato, senza un progetto a grande respiro, i piccoli mattoni della nostra costruzione potrebbero tranquillamente restare nella fornace; poiché un disaccordo tra le menti degli uomini prelude, alla fine, ad una rapida rovina di qualunque cosa possano costruire. L’ultima parola è un invito alla perfezione. Quando si realizza ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scompare”.

L’utopia implica, quindi, un’educazione che abbia a mente l’ambiente che viviamo, ciò che ci fa stare bene e ciò che vogliamo migliorare, una consapevolezza che il bene del singolo può corrispondere al bene della collettività. Una consequenzialità di questo processo, poiché l’uomo che vive in un contesto favorevole, sarà automaticamente un uomo migliore, meno ego-centrato e maggiormente disponibile al confronto con l’altro e alla condivisione di idee. È anche solo ipoteticamente pensabile questo nella nostra società? Dove la comunità sembra irrimediabilmente perduta in nome di una globalizzazione che non conosce altra via se non la riproduzione di sé stessa?

Capitolo 2: L’utopia

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Quando una moltitudine di piccole persone in una moltitudine di piccoli luoghi cambiano una moltitudine di piccole cose, costoro possono cambiare la faccia del mondo”. Friedrich Nietzsche

Parlare di educazione oggi è estremamente complesso poiché complesso è il sistema sociale nel quale siamo inseriti. Una moltitudine di input impazziti, che colpiscono le nostre sinapsi mediante i mass-media ed una vita sempre più frenetica, lasciano poco spazio al tempo della riflessione, della cultura e dell’educazione. D’altra parte, mai come oggi i residui culturali e le specificità di uno Stato appaiono come ricordi di una memoria storica ormai sbiadita e sostituita da una cultura globalizzata avente le qualità di trascendenza ed onniscienza. Sola via da perseguire, senza alternativa alcuna. Una società veloce esige dei valori veloci, interscambiabili, immediati. Abbiamo infatti assistito alla scomparsa di valori portatori di un senso storico, di una identificazione del singolo nel contesto/vita, allo sradicamento delle culture singolari. Ciò che risuona alla fine è un silenzio sordo, incomprensibile. La Sociologia dell’educazione ci dice che: “L’educazione è lo sviluppo di tutti gli aspetti della personalità umana, fisici, intellettuali, affettivi e del carattere”. Dunque, l’uomo, nell’affrontare il suo percorso evolutivo, deve affrontare oggi un ambiente sociale profondamente mutato e mutante. Per comprendere l’educazione dobbiamo quindi soffermarci sui giovani d’oggi, che Umberto Galimberti descrive come la generazione che convive, faccia a faccia e costantemente, con l’“ospite inquietante”, ossia il nichilismo. Il nichilismo è l’assenza di fini e domande sull’esistere ossia, per dirla alla Nietzsche, l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori. Ebbene, i giovani della attuale generazione (ma non solo le giovani generazioni) vivono questo nichilismo diffuso come risultato di una serie di dinamiche che hanno portato al “disincanto del mondo”, ossia un sentimento di estraneità, di non senso e di disillusione. Tali dinamiche e sentimenti sono difficilmente controbilanciabili da progressi scientifici e tecnologici, poiché profondamente umani e legati all’aspetto antropologico/primordiale dell’uomo.

Il nichilismo

Così mirabilmente Friedrich Nietzsche, scriveva 150 anni fa:

Vidi una grande tristezza invadere gli uomini. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! Abbiamo fatto il raccolto: ma perché tutti i nostri frutti si corrompono? Che cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino divenuto veleno, il malocchio ha disseccato i nostri campi e i nostri cuori. Aridi siamo divenuti noi tutti. Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Tutto il suolo si fenderà, ma l’abisso non inghiottirà! Ah, dov’è mai ancora un mare dove si possa annegare: così risuona il nostro lamento sulle piatte paludi”.

Galimberti individua tra le cause del nichilismo il dilagare della tecnica che assume un ruolo centrale rispetto ad altri concetti quali “individuo, libertà, identità, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica e politica. La preminenza di una razionalità scientifica assunta a dogma. Il cambio di paradigma umano è il passaggio da un futuro visto come promessa (che si declinava nelle forme religiose tendenti ad un futuro migliore e nella versione laica di una fede nella scienza, nell’utopia e nella rivoluzione che verrà) ad un futuro visto come minaccia:

Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall’estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all’estrema negatività di un tempo affidato a una casualità senza direzione e orientamento

Non poter fare più affidamento sul futuro, porta inesorabilmente ad un continuo radicamento su un eterno presente. La componente narcisistica dell’uomo, preminente oggi, difficilmente porta ad un’apertura reale, all’investire sugli altri in un’ottica di crescita reciproca e ad investire sul mondo. All’interno dei nuclei famigliari, presi dalle mille faccende della vita odierna, la relazione genitori-figli tende a diventare simmetrica; ed in questa simmetria si va a perdere il ruolo educativo, tipico della figura autorevole genitoriale:

Quando i sintomi del disagio si fanno evidenti, l’atteggiamento dei genitori e degli insegnanti oscilla tra la coercizione dura – che può avere senso quando le promesse del futuro sono garantite – e la seduzione di tipo commerciale di cui la cultura consumistica che si va diffondendo è un invito”.

Umberto Galimberti sottolinea come la scuola si ritrovi di fronte ad una palese difficoltà nel rapporto con gli alunni, nel veicolare l’educazione che non sia un mero calcolo misurabile mediante i voti ma che prenda in considerazione altre dimensioni quali la creatività, le emozioni, le identificazioni, i desideri, i piaceri ed i dolori che caratterizzano ogni essere umano.

Espulsa dalla scuola l’educazione emotiva, l’emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d’abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell’alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”.

In una società dove tutto deve essere calcolato ed incasellato, la scuola attua nella maggior parte dei casi schemi vetusti ed atteggiamenti troppo classificatori rispetto alla complessità della società attuale e alle sue relative problematiche e disagi. Il sapere diventa l’unico scopo ed il metro per misurare tale sapere è il profitto, ossia il risultato numerico di una classificazione puramente quantitativa di nozioni. A venir meno è un’”educazione del cuore”, che prenda in considerazioni gli aspetti emozionali, fondamentali nel percorso di crescita di un adolescente. Gli elementi di devianza giovanili sono molteplici. La mancanza di confronto con il mondo degli adulti sempre più impegnati in una faticosa vita di lavoro/incombenze giornaliere, lo sviluppo di una precoce autonomia giovanile imposta dall’assenza delle figure genitoriali; vivere una società di desideri per lo più materiali che tende ad una forte omologazione e che, in sostanza, castra i reali desideri creativi del singolo adolescente (castrazione che “devierà” le energie e le pulsioni in direzioni spesso nocive e autodistruttive); una mancanza di prospettive future che spinge la vita su un eterno presente. La scuola, in questo marasma di difficile comprensione, si pone spesso non più come ente educatore di tutti ma assume un atteggiamento elitario nelle sue declinazioni private, arrogandosi la facoltà di giudizio sul comportamento giovanile in un’ottica di espulsioni e sanzioni, senza prestare attenzione alle potenzialità del singolo. Nell’epoca dello scarso spazio di riflessione, dell’inaridimento dei sentimenti e delle emozioni, i giovani (gli uomini e le donne del futuro) vanno incontro ad una serie di problematiche che denotano uno smarrimento generalizzato ed una ricerca di risposte che non trovano più voce da parte dei “vecchi” centri di socializzazione. Il piacere diventa negativo e il desiderio insaziabile. In questa ottica andiamo a considerare l’aumento del consumo di droga negli adolescenti come un tentativo di riempire dei “vuoti” che la cultura e l’educazione non riescono più a colmare. Vi è una droga che più di tutte assume un valore anestetico rispetto alla mancanza di senso: l’eroina, tornata triste protagonista nei giovani:

Il piacere dell’anestesia è il più sottile dei piaceri, forse il più insidioso, senz’altro il più diffuso. Lo incontriamo ogni volta che accendiamo una sigaretta per attutire noia o stress, piccoli indizi della fatica di vivere, ogni volta che ci affidiamo all’alcol per liberare quanto siamo costretti abitualmente a reprimere. Tutto ciò avviene quando si è detto sì alla vita e ci si vuol solo sostenere per mantenere la promessa. Quando invece alla vita si è detto no, senza neppure il bisogno di dirlo perché è la vita stessa a non essere mai sorta come una passione, allora si cerca un piacere anestetico più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci”.

Galimberti, in un capitolo molto interessante, continua indicando diverse tipologie di giovani che compongono la pletora della schiera nichilista. Dalla “generazione del pugno chiuso” ossia la manifestazione di un nuovo terrorismo basato sulla rottura del patto sociale alla generazione X, ossia quella degli indifferenti, la platea degli svuotati, la generazione degli sprecati. Dalla generazione Q, ossia dal basso quoziente intellettivo ed emotivo, agli squatter, ai ragazzi dello stadio e della loro violenza. Infine quella che si può definire l’attuale generazione del conformismo totale, ossia l’omologazione prettamente estetica come forma di identificazione sociale. Si tratta di giovani uomini e donne che sembrano provenire, per l’appunto, dalla omonima trasmissione televisiva. Una vita basata per lo più sull’apparenza e sull’estetica, sulla comunicazione estemporanea dei tempi odierni, su una impressionante somiglianza nel modo di vestire (colori compresi), medesimo taglio di capelli, linguaggio povero e smart, ecc. Sarebbe interessante intervistare questi ragazzi e chieder loro che idea abbiano della loro stessa generazione, come vedano loro stessi nell’oggi, la loro idea di futuro comunitario, desideri, pensieri, emozioni e relazioni. Nell’ultima parte del suo libro, Umberto Galimberti indica alcune vie per il superamento del nichilismo e della mancanza di senso. La prima via è la sperimentazione dell’andare, la figura del viandante che diventa l’ideale per le nuove generazioni. Non un viandante con una meta prefissata che dà poco conto alle esperienze fatte lungo il tragitto ma, al contrario:

L’andare che salva sé stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti, dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede; nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti i quali, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo”.

Un uomo nuovo, senza le garanzie della fede, della verità, della certezza scientifica. Senza garanzie ma che affronta il viaggio della vita e farà dell’incontro con la diversità la sua normalità, alla ricerca di valori sconosciuti e forse più umani. In questo suo cammino, le nuove generazioni dimenticheranno l’attesa, che non dà significato al presente in quanto tutta l’attenzione è spostata sul futuro e faranno propria la speranza, ossia l’”apertura del possibile”. Poiché:

Sperare, infatti, non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita per giocarlo in vista di possibilità a venire”.

Per superare questo nichilismo un’ulteriore via potrebbe essere la divulgazione e l’introiezione di utopie dal volto umano. Luis Mumford, nel suo volume “Storia dell’utopia”, ripercorre i pensieri utopistici che si sono sviluppati nel corso della storia. Utopia intesa come idea, educazione non astratta ma possibile, in direzione di una società che acquisisca senso e sia un po’ più felice. D’altra parte, l’utopia nasce sempre in seguito ad un periodo di transizione; quindi quale miglior momento rispetto al nostro periodo? Fu così per la Repubblica di Platone che nacque in seguito alla disintegrazione sociale che seguì la guerra del Peloponneso. Ogni utopia nasce da un’idea, non astratta ma reale. Poiché solo ciò che è pensato prende forma ed acquista di senso.

Cambiamenti culturali: Pier Paolo Pasolini

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L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora il fascismo”. Pier Paolo Pasolini

Per cercare di delineare le caratteristiche della cultura e dell’educazione odierne è impossibile prescindere da una disamina della società che viviamo. Tale disamina sarà di per sé limitata in quanto tenderà a delineare l’oggetto di un dipinto in continua evoluzione, talmente complesso nella sua forma e cromaticità che anche l’occhio più attento tenderà a non coglierne l’insieme. Per comprendere quelli che sono stati alcuni cambiamenti culturali, radicali, che hanno caratterizzato l’Italia degli ultimi 60 anni, ci rifacciamo alla voce lucida di uno dei maggiori intellettuali italiani del 900. Già negli anni del boom economico, Pier Paolo Pasolini, aveva ben colto gli sviluppi della società italiana. Da intellettuale anticonformista qual era, arrivava a proporre l’abolizione della scuola dell’obbligo poiché come scrisse in un articolo pubblicato per Il Corriere della Sera del 18 ottobre 1975:

La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciatamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza”.

Un’accusa diretta ad una scuola di stampo piccolo-borghese che tentava, secondo l’autore, di inglobare una parte del proletariato e sottoproletariato in maniera illusoria e falsa. Un’Italia di appena 45 anni fa che racconta ancora di una divisione di classe che stava per scomparire definitivamente per lasciare il posto ad una più generalizzata diffusione dell’istruzione, all’innalzamento della scuola dell’obbligo fino ai 16 anni, ecc. Ad una cultura fruibile per tutti, che si diffonde di pari passo con una maggiore educazione e nuovi diritti acquisiti. Fino ad una tendenza ormai consolidata basata su una sempre maggiore specializzazione dell’istruzione, specchio di una società altrettanto tendente alla specializzazione dei saperi e dei mestieri.

Pier Paolo Pasolini e la TV

Sempre Pasolini, precursore degli anni che verranno, descrive la televisione come un mass-media con una forte tendenza autoritaria, vedendo in essa un emblema di antidemocraticità in quanto veicolo di diffusione di informazioni, cultura ed educazione a senso unico. Senza possibilità di dialogo e contraddittorio da parte del fruitore/spettatore e, in quanto tale, non autentica e condizionante. La televisione si diffonde in Italia dagli anni ‘60 ed inizialmente ha incarnato anche un ruolo di diffusione di cultura rispetto ad una larga fetta di cittadini ancora analfabeti, in uno Stato ancora fortemente spaccato in due tra un nord ben avviato verso l’industrializzazione ed un sud ancora fortemente agricolo, culturalmente depresso. Nel suo film-documentario intitolato “Comizi d’amore” del 1965, Pasolini viaggia dal nord al sud della nostra penisola ponendo domande ai più disparati gruppi di persone, di diverse fasce d’età, sesso e classe sociale. Le sue domande sono incentrate in maniera specifica sui temi della sessualità, amore e buon costume e tendono ad indagare come siano cambiati questi temi morali, influenzati direttamente dalla cultura e dall’educazione della società in continua evoluzione. Il quadro che ne uscirà sarà quello di un’Italia ancora tendenzialmente bigotta, influenzata sicuramente dalla presenza della Chiesa Cattolica, ma con alcune differenze morali tipiche di un sud maggiormente legato ai valori della famiglia patriarcale e al ruolo subalterno della donna. Se prendiamo in considerazione il tema della sessualità, ad esempio, vedremo come la società attuale ha modificato significativamente la situazione, mediante l’emancipazione del femminile a vari livelli, una sempre maggiore attenzione all’educazione sessuale veicolata non sono in famiglia ma anche negli istituti di socializzazione secondaria, attraverso nuove rappresentazioni, fascinazioni e talvolta distorsioni proprie dei mass-media. Tornando alla televisione come mezzo di diffusione culturale ed ideologico, in un’intervista del 20 dicembre 1958 pubblicata su Vie Nuove, intitolata Neocapitalismo televisivo, Pasolini sostiene come la televisione sia entrata nella vita e nel costume (nell’educazione appunto) dei giovani anche se la presa sui diversi strati sociali non è esattamente la stessa:

In questo senso, certi strati della popolazione romana, quelli ai quali mi interesso, più ricchi e forti, per così dire, di tradizioni culturali proprie d’un proprio costume di vita, di una propria moralità resistono meglio alla funzione livellatrice della Tv e ne respingono d’istinto il palese conformismo”.

Per Pasolini, la televisione trovava terreno fertile nella realtà piccolo-borghese, ben propensa ad accettare la cultura veicolata dalla classe egemone. Il meccanismo che si creava era una sorta di lotta di classe culturale, che portava ad un impoverimento delle persone più semplici:

La TV, a mio parere, mettendo insieme spettacoli di un certo valore artistico e culturale (la prosa) e altri di assai minore livello, mettendo cioè la parte più povera, culturalmente parlando, a contatto con diversi livelli, per così dire, di cultura, non solo non occorre ad elevare il livello culturale degli strati inferiori, ma determina in loro un senso di inferiorità, quasi angosciosa. I poveri, cioè, vengono indotti continuamente ad una scelta, che cade, per forza di cose, a vantaggio degli spettacoli improntati a livello inferiore. In questo senso, se mi si consente, la TV s’inserisce nel fenomeno generale del neocapitalismo. In quanto essa tende a elevare un po’ il grado di conoscenza di coloro che sono a un livello superiore, ma a precipitare ancora più in basso chi si trova ad un livello inferiore”.

Come abbiamo visto, negli anni a venire la televisione diventerà medium di massa tendenzialmente privato, espressione di una classe dominante e di gruppi di potere con propri interessi economici. Diverrà veicolo privilegiato nella diffusione dei nuovi valori della società dei consumi, neo-liberista, globalista. Ne consegue che il livello culturale e l’educazione sociale veicolata dai media tenderà alla diffusione verso tutti, all’usa e getta, alla comunicazione veloce e comprensibile alla massa. Consumo ed intrattenimento diventeranno gli imperativi della società dei disvalori e del disimpegno. L’apparenza che acquisisce valore maggiore rispetto al contenuto ci mostra il nostro presente, dispiegato in tutta il suo eterno rappresentarsi.