Conclusione, riflessioni sparse

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Anche lo lotta verso la cima basta a riempire il cuore dell’uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Albert Camus

Arrivare alla conclusione di un percorso così arduo come quello appena delineato ha la stessa valenza di tutto quanto detto fino ad ora. Non vi è pretesa di esaurire alcunché (ammettendo sia possibile) ma solo piccoli spunti di riflessione sullo stato della cultura e dell’educazione oggi. Osservato da uno specifico punto di vista che è quello sociale, poiché non vi può essere cultura ed educazione senza cercare di comprendere una società mai così complessa, multiforme, in continua evoluzione. Ciò che la scuola dovrebbe fare è, appunto, tentare di comprendere quelli che sono i cambiamenti radicali che stiamo vivendo ed attuare nuove modalità e percorsi di insegnamento, apprendimento e valutazione. La società attuale, come abbiamo detto, tende ad una forte omologazione, incentrata sull’esteriorità che diventa anche interiorizzazione, personalità sociale ed esserci nel mondo. Gli spazi di riflessione delle nuove generazioni (e non solo) sono estremamente ristretti per i flussi continui di comunicazione cui sono bombardati. La società degli ultimi anni si palesa mediante differenti forme di relazione che stanno cambiando in maniera significativa, regredendo in direzione di una divisione sociale ed umana che sembra non arrestarsi. Una moltitudine di problemi che nascono su un piano sociale sono affrontati in una dimensione solitaria ed individuale. Meno luoghi di aggregazione vuol dire meno pensiero condiviso, la mancanza di uno Stato Sociale presente ed operante porta ad un processo di continua privatizzazione dei saperi, in direzione della creazione di sempre nuovi servizi che esigono uomini-utenti. Molto spesso, il fine ultimo della cultura non è rappresentato da un miglioramento personale e, conseguentemente, sociale ma dall’acquisizione di nozioni e competenze che possano essere spendibili in un mercato del lavoro sempre più caratterizzato dalla richiesta di profili elevati e da una competizione spietata, tanto più in periodi di crisi economiche che potremmo definire strutturali del mondo occidentale. Il compito dell’educatore e dell’insegnante oggi deve essere valoriale, etico e pedagogico. Attento osservatore della realtà che vive e di quelli che sono i suoi cambiamenti, in direzione di una tutela dell’uomo in primis. Una “missione” se vogliamo, ancor prima che un lavoro. Poiché ogni epoca reca in sé i suoi germi e la sua peste, per dirla alla Albert Camus, non dobbiamo pensare che il progresso stia facendo il suo naturale corso e ci porterà ad una condizione sociale più equa e giusta. Pensare noi stessi come semplici osservatori di questo processo ineludibile, ci rende spettatori passivi e non protagonisti di un benché minimo cambiamento. Tante sono le problematiche che attanagliano l’attuale società. L’ 1% della popolazione mondiale possiede circa il 90% delle ricchezze presenti. Vi è una fortissima disparità nella distribuzione delle ricchezze e un progressivo processo di svuotamento di potere dal pubblico al privato. L’omologazione della società neocapitalista e neoliberista ha prodotto un pensiero unico a livello globale basato sull’apparenza, sulla competizione, sull’accumulare quanto più possibile nel minor tempo possibile. La totale imprevedibilità del vivere odierno porta l’uomo ad una trasformazione radicale, ad un’estraniazione da sé stesso in molti casi, ad un allontanamento dai bisogni reali e da legami solidi e portatori di stabilità psico-fisica. Né è prova l’aumento del consumo di psicofarmaci in tutti i paesi occidentali. Con un madornale errore di fondo, ossia intervenire sulla manifestazione del disagio senza interrogarsi sulle cause dello stesso. Le migrazioni stanno mutando fortemente il tessuto sociale che viviamo, con tutte le conseguenti difficoltà tipiche di una società basata su modalità di separazione e paura indotta piuttosto che su valori di interazione e condivisione. Potremmo continuare con molti altri esempi ma non è nostro compito fomentare il fatalismo e la negatività. Vi è un dato nuovo, caratteristico di questa società, ossia la fine di tutti i valori così come li conoscevano le vecchie generazioni. In questa situazione molto simile ad una tabula rasa, l’essere umano si ritrova smarrito ma, al contempo, privo di sovrastrutture e, in un certo senso, in una condizione dove tutto è potenzialmente possibile. Compito delle future generazioni, guidate da educatori e maestri adeguatamente formati ed umanamente impegnati, sarà quello di ripensare una società che metta al centro il benessere dell’uomo prima di ogni cosa. Utilizzare le tecnologie e le nuove forme di comunicazione per veicolare messaggi di solidarietà e di comprensione, di collaborazione e di condivisione. Educare ad una nuova economia che non sia mirata all’accumulazione ma al benessere del singolo e, contemporaneamente, al benessere della comunità-mondo di cui si fa parte. Educare ad un uomo nuovo, che riconosca i suoi limiti e che si riappropri della sua essenza. E, anche laddove questo percorso culturale e di impegno concreto possa sembrare totalmente utopistico e fallimentare, raccontare alle nuove generazioni che l’utopia di una società più giusta ed umana varrà, comunque, più di una disillusione accettata nella miseria.

Capitolo 3: In cammino

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In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati”. Zygmunt Bauman

La società attuale è stata invasa da un processo rivoluzionario che ha cambiato radicalmente il suo volto nel giro di alcuni decenni. È estremamente complesso parlare della società attuale poiché muta forma ed aspetto con la velocità di un aereo di ultima generazione. Una caratteristica predominante è la sensazione di smarrimento, di cui abbiamo già parlato. Il passato non contiene più in sé nessuna promessa e tutte le ideologie storiche e storiciste sono state superate. Zygmunt Bauman, nel suo libro Modus vivendi, comincia col delineare le paure che caratterizzano la società moderna, da lui definita “liquida” per le sue caratteristiche. La società odierna è totalmente interconnessa a livello informativo. Avvenimenti, ingiustizie ed azioni da una parte del mondo creano conseguenze a migliaia di chilometri. Al benessere di un luogo fa da contraltare naturale la sofferenza di un altro. Lungi dall’essere una società giusta, il 90% della ricchezza totale del pianeta resta nelle mani dell’1% degli abitanti; la nuova classe dominante. La classe media si fa proletaria e i ricchi aumentano il loro capitale in maniera scandalosamente vertiginosa. Ci ritroviamo dunque a vivere in una società aperta, continuamente esposta al fato ed alla contingenza, mentre nascono movimenti che tendono alla chiusura dei confini. Sempre più partiti politici, espressione di una larga fetta di cittadini insoddisfatti ed impauperiti, chiedono a gran voce il ritorno al sovranismo. Talora sullo sfondo ma sapientemente utilizzati dai media mainstream per scopi politici, riconosciamo i pericolosi “prodotti di scarto”, ossia il nazionalismo, il fanatismo religioso, i fascismi ed i terrorismi.

Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l’autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il “progresso”, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata di distopia e fatalismo”.

Notiamo, in questo senso, che la prospettiva distopica del futuro è conseguenza della mancanza totale di utopia odierna. Una vera e propria deriva esistenziale. Un aumento smisurato dell’insicurezza e della paura che trasforma, dice Bauman, il paradigma dello stesso Stato. Da “Stato sociale”, una volta incaricato alla protezione dei suoi cittadini dal disagio sociale, allo “Stato dell’incolumità personale”, fondato sulla paura di fantasmi sempre nuovi, funzionali ai politici per conservare il potere. Nella modernità “solida”, la gestione della paura era demandata alla rete di enti, come le associazioni, i sindacati e collettività che erano scandite da una routine e, in quanto tali, davano un senso di appartenenza e di solidarietà alle persone che in esse si identificavano e ne facevano parte. Nella modernità liquida deregolata, tendente alla privatizzazione di tutto, la paura è trascinata nella sfera privata, appunto. La “cosa” pubblica è amministrata in larga parte dal privato e il suo modo di essere, ossia l’esser competitivo, ha preso il posto della vecchia solidarietà. Venendo a mancare la solidarietà viene meno una prospettiva di percorso comune. Il vissuto si trasforma in un vivere all’istante ed il vivere all’istante è contrario a qualsiasi vincolo. La stessa cultura ha cambiato la sua declinazione da “obbligo” ad essere “incline”. Tutti noi ci siamo sentiti ripetere questa frase, almeno una volta: “Per essere felici devi comprendere quella che è la tua vera inclinazione, ciò che ti piace fare. Solo in questa maniera potrai raggiungere i tuoi obiettivi, perseguire i tuoi sogni. Realizzare te stesso!” Cosa vuol dire questo calato nella attuale società? Come sappiamo, l’ambiente sociale che circonda l’uomo influisce su di lui in maniera decisiva. Ne traccia le strade invisibili, che sono appunto le strade del consumo e del desiderio infinito. La società dei consumi nasce dal desiderio infinito e, in quanto tale, deve riprodursi continuamente senza freno alcuno, né temporaneo lockdown. Mi permetto di utilizzare questa parola anglofona perché specchio dei mesi che stiamo vivendo a causa del Coronavirus. Una novità assoluta nello scenario mondiale, esempio di paralisi sistemica mai accaduta storicamente poiché figlia di una globalizzazione che è un tratto tipicamente odierno. Abbiamo notato tutti noi come, dopo una prima fase di “salvaguardia dei corpi”, è subentrata la paura di un collasso economico, una volontà forzata di ripresa ed un ulteriore incertezza circa il futuro del nostro paese, già caratterizzato da una critica situazione economica. Nei mesi di lockdown abbiamo letto sui quotidiani, talvolta, di una società non più a misura d’uomo, da ripensare. Di come, per molti, la normalità pre-lockdown fosse una normalità non così normale. Approfittare di questo periodo di blocco forzato per ripensare alle relazioni umane ed ai valori ad esse sottesi, a nuove forme di sviluppo economico in direzione di una sostenibilità e rispetto verso un ambiente sempre più malato. Abbiamo assistito a dibattiti sulla tecnologia e sul suo sviluppo, su ciò che possiamo definire realmente progresso e quello che è uno specifico progresso scientifico. Molte sono le discussioni aperte e rimaste tali. Riflettendo su questi interrogativi ci si potrebbe chiedere se siano anch’essi un desiderio di ripensamento reale o un semplice capriccio egocentrico. Zygmunt Bauman nota come la società dei consumi attuale non sia più basata sul desiderio ma sul capriccio:

Oggi tocca al desiderio essere abbandonato. La sua utilità è venuta meno: una volta portata l’assuefazione dei consumatori al suo stato attuale, non è più in grado di dettare il passo. C’è bisogno di uno stimolante molto più potente e soprattutto più versatile per mantenere la domanda di consumo a un livello adeguato all’offerta. Il “capriccio” rappresenta tale indispensabile sostituzione, completa la liberazione del “principio del piacere”, eliminando i residui impedimenti del “principio di realtà”.

Bauman osserva, tra altre mille caratteristiche della attuale società, le forme dei legami umani caratterizzata dalla precarietà come condizione preliminare. Gli adolescenti odierni, educati spesso alla competizione e al prevalere come modalità di esserci, si scontreranno in futuro con una realtà che già oggi mostra tutti i suoi difficili scenari di adattamento. Con il passare degli anni la condizione del lavoratore e la sua rappresentazione sociale in quanto lavoratore diviene sempre più fragile. Nei paesi cosiddetti ricchi la disoccupazione è un fenomeno strutturale e viene accettata come tale. Il “progresso tecnologico”, con la sua razionalizzazione del lavoro, tende a creare sempre meno posti di lavoro. I lavoratori non impiegati sono in sovrannumero, il posto fisso è una lontana ed agognata utopia. Ogni uomo, a qualsiasi età, rischia di ritrovarsi senza lavoro e dignità e deve essere pronto a re-inventarsi in ambiti anche molti distanti rispetto al suo personale curriculum. Le condizioni economiche e sociali di precarietà vanno a condizionare fin nel suo aspetto genetico l’uomo, portandolo ad un disgregamento dei legami umani, delle comunità e delle unioni. Come reazione a questa insicurezza endemica, assistiamo al ritorno di una “Voglia di comunità” poiché simbolo di un vivere basato sulla fiducia e sulla condivisione. Ma dimentichiamo che laddove vi è comunità vi è minor libertà. Ciò che si viene a creare, dunque, è una dicotomia tra libertà e sicurezza, specchio della dicotomia umana, inconciliabile nella sua essenza. Nella società attuale il valore predominante, anche per struttura della società stessa, è la libertà. O l’ipotetica libertà. La sicurezza è infatti possibile in una piccola comunità, capace di darsi confini, difendersi dall’esterno, dal nemico. Nulla di più lontano dalla attuale società globale che ha, tra i suoi fenomeni costitutivi, le migrazioni, dunque l’incontro-scontro continuo tra culture differenti.

Un’umanità migrante

Il tema delle migrazioni è un tema centrale poiché fenomeno totalmente nuovo in queste proporzioni e destinato, che lo si voglia o no, a mutare radicalmente il tessuto sociale mondiale. Ogni migrazione porta con sé il tema culturale poiché migrare vuol dire conoscere un luogo altro rispetto a quello di provenienza, confrontarsi con lingue differenti, retaggi culturali propri del luogo, valori e norme peculiari. La società globale ed omologante tende a veicolare la promessa di uguaglianza tra tutti. Quanto c’è di vero in tale promessa? Tutti ricordiamo quando, dai media mainstream, si levarono cori antirazzisti come conseguenza dell’omicidio a sfondo razziale dell’afro-americano George Floyd. I problemi razziali sono ancora fortemente presenti in molte parti del mondo e, in alcuni stati come il nostro, le migrazioni rappresentano un fenomeno nuovo, spesso trattato ancora con un’impostazione emergenziale piuttosto che sistemica. Quando parliamo di migrazioni, solitamente, ci troviamo ad immaginare una linea di pensiero ideale, un continuum che spazia dalla prospettiva multiculturale al principio di assimilazione. Sempre più studiosi sono concordi oggi nell’affermare che l’approccio multiculturale sia sempre più difficile da praticare, considerando l’eterogeneità del tessuto sociale che viviamo. All’opposto, troviamo il principio di assimilazione basato sull’assunto che la minoranza etnica presente in un dato territorio tende ad essere assimilata poiché riconosce la “superiorità” della società ospitante, perdendo conseguentemente gli elementi culturali propri. La pratica, come spesso accade, è sensibilmente distante dalle teorie. Tanto più la globalizzazione mostra le sue contraddizioni, tanto più la situazione economica e sociale sembra peggiorare, tanto più la società continua a scavare nei solchi della divisione sociale, maggiormente assistiamo alla nascita di partiti e movimenti popolari nazionalisti, minoranze estremiste, razziste e violente.

Viviamo nell’epoca della grande e sempre crescente migrazione su scala globale. I governi fanno di tutto per sembrare di ingraziarsi gli elettori – inasprendo le leggi sull’immigrazione, limitando il diritto di asilo, offuscando l’immagine degli immigrati economici che, a differenza degli elettori incoraggiati a mettersi gambe in spalla alla ricerca della felicità economica, hanno anche la sventura di essere stranieri…I governi e gli avvocati da essi assoldati fanno l’impossibile per tracciare un confine tra la libera circolazione di capitali e investimenti e le trasmigrazioni di cercalavoro che essi, per non essere abbandonati dagli elettori, aborrono pubblicamente”.

Ma tale trasmigrazione non accenna a fermarsi e, probabilmente, continuerà per un numero indefinito di anni. Gli stati nazionali sono stati superati da una sovrastruttura economico/finanziaria globale che ha logiche proprie. La società del disimpegno permea la vita di milioni di uomini, costretti a sviluppare la propria personalità come fossero merci pronte al trasferimento, uomini solitari alla ricerca di un qualcosa che non ha forma, né destinazione. Zygmunt Bauman tratteggia quella che definisce “l’ideologia della fine dell’ideologia”, una condizione che caratterizza l’uomo odierno calato nel disimpegno e nell’eccesso del consumo come unica forma di rappresentarsi, di esserci e di essere socialmente presente. Molti uomini, oggi, sono impegnati nella ricerca di una migliore forma di umanità, ma tale ricerca risulta essere quasi sempre individuale poiché la società non produce più orizzonti di senso nei quali l’essere umano può identificarsi. Il riconoscimento di vivere un mondo variegato dal punto di vista culturale è l’inizio del processo e non la fine, una strada delineata di cui non conosciamo minimamente la meta. La politica del riconoscimento dell’altro deve basarsi, in ultima analisi, sul carattere universale dell’umanità. Tale carattere non è assolutamente in contrapposizione con il pluralismo delle forme della vita umana ma è fondamento primo per l’accettazione delle stesse. Zygmunt Bauman ci ricorda che, mai come nella nostra epoca, vi è una costante ricerca di umanità comune e che, tale ricerca, assume un carattere d’urgenza, che faccia da contro-bilanciamento alla mole di conflitti sociali, politici ed economici oggi presenti. Ciò che bisogna perseguire è una nuova strada che tenda alla giustizia sociale e una maggiore sicurezza, intesa come condizione necessaria per il dialogo tra le culture:

Ridurre la questione dell’insicurezza endemica all’esistenza di minacce reali o presunte alla peculiarità comunitaria è un errore che svia l’attenzione dal problema reale. Oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo alle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona. Le radici del prevalente sentimento di insicurezza affondano nel sempre più ampio divario tra la condizione di “individualità de iure” e l’obiettivo di acquisire una “individualità de facto”. L’erigere comunità fortificate non aiuta affatto a ricomporre tale divario e al contrario contribuisce fortemente a rendere più difficile, per non dire impossibile, tale ricomposizione. Anziché mirare alle fonti dell’insicurezza, quest’opera di fortificazione distoglie da esse tutta l’attenzione e l’energia. Nessuno degli avversari in lotta nell’odierna guerra del “noi contro loro” ne guadagnerebbero in sicurezza, ma tutti diventeranno bersagli più facili, o addirittura immobili, per le forze della globalizzazione, le uniche destinate a trarre vantaggio da una sospensione della ricerca di un’umanità comune e da un controllo congiunto sulla condizione umana”.

L’utopia in Lewis Mumford

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Nell’introduzione del suo libro, Lewis Mumford distingue due tipi di utopia: l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione e così le declina:

La prima lascia il mondo così com’è; la seconda tanta di cambiarlo per mettersi in relazione con esso alle condizioni desiderate. Nell’una costruiamo impossibili castelli in aria; nell’altra consultiamo un geometra, un architetto, un muratore, e iniziamo la costruzione di una casa che soddisfi le nostre necessità fondamentali altrettanto bene di quanto sono capaci di soddisfarle le case di pietra e calcestruzzo”.

Fin dai tempi dell’antica Grecia, Platone parlava di stato ingiusto, di un ente che, in un certo senso, prevaricava e travalica il benessere del singolo che lo abitava. Un’entità che tende all’espansione. Uno stato che perde i suoi confini lo farà per l’aumento del desiderio e dei beni superflui. Allo stesso modo, la volontà di conquista di ulteriori terre e l’accumulazione delle ricchezze portano gli uomini ad uscire dai propri confini, nel tentativo di impossessarsi di possedimenti e beni altrui. L’effetto di tale volontà è, in sintesi, l’inizio della guerra, ossia l’appropriarsi di ciò che non è mio. L’accrescimento della produzione ha, quindi, un effetto negativo sulla collettività, così come l’accrescimento dei desideri sul singolo individuo. Platone non prende in considerazione diversi standard di vita riferiti alle diverse classi sociali ma, in una sorta di ancestrale socialismo, ipotizza la diffusione del necessario per tutti gli uomini e l’eliminazione del superfluo. Questo “schema di vivere” implica una serie di piccole comunità autosufficienti, composte da uomini che lavorano seguendo le proprie attitudini e le qualità personali. Politicamente, il suo stato ideale è sorretto dal concetto di giustizia (oggi aggiungeremmo sociale). Elemento fondamentale nell’utopia di Platone è ovviamente l’educazione, non da intendersi come mera istruzione sui libri ma come visione d’insieme di tutte le attività che caratterizzano la vita di una persona. Educazione sorretta da un principio di bene comune, poiché:

Egli pensava che da gente che abitualmente pone le proprie comodità e la propria “felicità” al di sopra dei propri doveri, non potessero scaturire attività disinteressate, vasti pensieri e una chiara visione del mondo”.

Siamo palesemente di fronte ad un’utopia che, se declinata rispetto ai dettami della attuale forma di società, stride in maniera violentissima. Chiaro che siamo esattamente agli antipodi di essa, vivendo una società fondata sul superfluo, dove il concetto di necessario per tutti è lungi dall’essere raggiunto, basata su un ideale di giustizia svuotato completamento di senso. Una società dove l’educazione al “dovere” inteso come rispetto della collettività e di un’idea di bene comune ha lasciato, tragicamente, il posto ad un’educazione competitiva, personale, nozionistica e finalizzata al raggiungimento di una posizione sociale, di uno status a tutti i costi. La meta da raggiungere è altresì il benessere economico, il consumare preferibilmente in solitudine. Lewis Mumford, continua il suo interessante resoconto della storia dell’utopia, passando per gli anni del Rinascimento alla Rivoluzione industriale, alle utopie di un mondo tecnologico che avrebbe permesso all’uomo di lavorare meno e di dedicare maggior tempo alle proprie passioni ed al proprio tempo libero, ecc. Molto interessante il suo ultimo capitolo: I mondi incompleti scompaiono dove parla di come, nel corso dei secoli, si sia sviluppato un processo di radicale separazione della scienza e dell’arte. Arte che è il contrario di omologazione ed appiattimento. Creatività e non assimilazione passiva.

Quello a cui sono contrario è la maniera in cui il campo proprio del vero artista è stato ridotto durante gli ultimi trecento anni in modo che è diventato sempre più caratteristico dell’artista di concentrarsi solamente sulla pura esperienza estetica e di difendere il proprio isolamento da tutto ciò che è al di fuori di questo dominio….il punto è che esiste una funzione artistica che deve essere svolta nella comunità e per la comunità, così come ne esiste una nel mondo dell’arte per quelli che sono innalzati al livello di arte”.

Lewis Mumford critica fortemente una mentalità che esclude completamente il pensiero utopistico, auspicando lo sviluppo di un mondo più nobile. Poiché uno dei principali fattori che possono condizionare il futuro è il credere appunto nell’’utopia, come mezzo per la realizzazione pragmatica della stessa. Vediamo che, scorrendo la storia dell’utopia, la collettività ha un valore centrale. La terra e le risorse naturali appartengono all’intera comunità, anche il lavoro è funzione comune e tutti devono prenderne parte, che sia manuale o intellettuale. Anche il luogo ha una sua importanza. E quella che Mumford chiamata eutopia, ossia la buona utopia, si stabilisce in paesi in cui la civiltà metropolitana è caduta e dove “tutto il suo prestigio fatto di carta non è più accettato come moneta corrente”.

Il compito più importante che ci aspetta in questo momento è di costruire castelli in aria. Non dobbiamo avere paura, come Thoreau ci ricorda, che il nostro lavoro vada perduto. Se le nostre eutopie sorgono dalla realtà del nostro ambiente non sarà difficile gettare delle fondamenta al di sotto di esse. Senza un piano concordato, senza un progetto a grande respiro, i piccoli mattoni della nostra costruzione potrebbero tranquillamente restare nella fornace; poiché un disaccordo tra le menti degli uomini prelude, alla fine, ad una rapida rovina di qualunque cosa possano costruire. L’ultima parola è un invito alla perfezione. Quando si realizza ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scompare”.

L’utopia implica, quindi, un’educazione che abbia a mente l’ambiente che viviamo, ciò che ci fa stare bene e ciò che vogliamo migliorare, una consapevolezza che il bene del singolo può corrispondere al bene della collettività. Una consequenzialità di questo processo, poiché l’uomo che vive in un contesto favorevole, sarà automaticamente un uomo migliore, meno ego-centrato e maggiormente disponibile al confronto con l’altro e alla condivisione di idee. È anche solo ipoteticamente pensabile questo nella nostra società? Dove la comunità sembra irrimediabilmente perduta in nome di una globalizzazione che non conosce altra via se non la riproduzione di sé stessa?

Capitolo 2: L’utopia

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Quando una moltitudine di piccole persone in una moltitudine di piccoli luoghi cambiano una moltitudine di piccole cose, costoro possono cambiare la faccia del mondo”. Friedrich Nietzsche

Parlare di educazione oggi è estremamente complesso poiché complesso è il sistema sociale nel quale siamo inseriti. Una moltitudine di input impazziti, che colpiscono le nostre sinapsi mediante i mass-media ed una vita sempre più frenetica, lasciano poco spazio al tempo della riflessione, della cultura e dell’educazione. D’altra parte, mai come oggi i residui culturali e le specificità di uno Stato appaiono come ricordi di una memoria storica ormai sbiadita e sostituita da una cultura globalizzata avente le qualità di trascendenza ed onniscienza. Sola via da perseguire, senza alternativa alcuna. Una società veloce esige dei valori veloci, interscambiabili, immediati. Abbiamo infatti assistito alla scomparsa di valori portatori di un senso storico, di una identificazione del singolo nel contesto/vita, allo sradicamento delle culture singolari. Ciò che risuona alla fine è un silenzio sordo, incomprensibile. La Sociologia dell’educazione ci dice che: “L’educazione è lo sviluppo di tutti gli aspetti della personalità umana, fisici, intellettuali, affettivi e del carattere”. Dunque, l’uomo, nell’affrontare il suo percorso evolutivo, deve affrontare oggi un ambiente sociale profondamente mutato e mutante. Per comprendere l’educazione dobbiamo quindi soffermarci sui giovani d’oggi, che Umberto Galimberti descrive come la generazione che convive, faccia a faccia e costantemente, con l’“ospite inquietante”, ossia il nichilismo. Il nichilismo è l’assenza di fini e domande sull’esistere ossia, per dirla alla Nietzsche, l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori. Ebbene, i giovani della attuale generazione (ma non solo le giovani generazioni) vivono questo nichilismo diffuso come risultato di una serie di dinamiche che hanno portato al “disincanto del mondo”, ossia un sentimento di estraneità, di non senso e di disillusione. Tali dinamiche e sentimenti sono difficilmente controbilanciabili da progressi scientifici e tecnologici, poiché profondamente umani e legati all’aspetto antropologico/primordiale dell’uomo.

Il nichilismo

Così mirabilmente Friedrich Nietzsche, scriveva 150 anni fa:

Vidi una grande tristezza invadere gli uomini. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! Abbiamo fatto il raccolto: ma perché tutti i nostri frutti si corrompono? Che cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino divenuto veleno, il malocchio ha disseccato i nostri campi e i nostri cuori. Aridi siamo divenuti noi tutti. Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Tutto il suolo si fenderà, ma l’abisso non inghiottirà! Ah, dov’è mai ancora un mare dove si possa annegare: così risuona il nostro lamento sulle piatte paludi”.

Galimberti individua tra le cause del nichilismo il dilagare della tecnica che assume un ruolo centrale rispetto ad altri concetti quali “individuo, libertà, identità, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica e politica. La preminenza di una razionalità scientifica assunta a dogma. Il cambio di paradigma umano è il passaggio da un futuro visto come promessa (che si declinava nelle forme religiose tendenti ad un futuro migliore e nella versione laica di una fede nella scienza, nell’utopia e nella rivoluzione che verrà) ad un futuro visto come minaccia:

Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall’estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all’estrema negatività di un tempo affidato a una casualità senza direzione e orientamento

Non poter fare più affidamento sul futuro, porta inesorabilmente ad un continuo radicamento su un eterno presente. La componente narcisistica dell’uomo, preminente oggi, difficilmente porta ad un’apertura reale, all’investire sugli altri in un’ottica di crescita reciproca e ad investire sul mondo. All’interno dei nuclei famigliari, presi dalle mille faccende della vita odierna, la relazione genitori-figli tende a diventare simmetrica; ed in questa simmetria si va a perdere il ruolo educativo, tipico della figura autorevole genitoriale:

Quando i sintomi del disagio si fanno evidenti, l’atteggiamento dei genitori e degli insegnanti oscilla tra la coercizione dura – che può avere senso quando le promesse del futuro sono garantite – e la seduzione di tipo commerciale di cui la cultura consumistica che si va diffondendo è un invito”.

Umberto Galimberti sottolinea come la scuola si ritrovi di fronte ad una palese difficoltà nel rapporto con gli alunni, nel veicolare l’educazione che non sia un mero calcolo misurabile mediante i voti ma che prenda in considerazione altre dimensioni quali la creatività, le emozioni, le identificazioni, i desideri, i piaceri ed i dolori che caratterizzano ogni essere umano.

Espulsa dalla scuola l’educazione emotiva, l’emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d’abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell’alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”.

In una società dove tutto deve essere calcolato ed incasellato, la scuola attua nella maggior parte dei casi schemi vetusti ed atteggiamenti troppo classificatori rispetto alla complessità della società attuale e alle sue relative problematiche e disagi. Il sapere diventa l’unico scopo ed il metro per misurare tale sapere è il profitto, ossia il risultato numerico di una classificazione puramente quantitativa di nozioni. A venir meno è un’”educazione del cuore”, che prenda in considerazioni gli aspetti emozionali, fondamentali nel percorso di crescita di un adolescente. Gli elementi di devianza giovanili sono molteplici. La mancanza di confronto con il mondo degli adulti sempre più impegnati in una faticosa vita di lavoro/incombenze giornaliere, lo sviluppo di una precoce autonomia giovanile imposta dall’assenza delle figure genitoriali; vivere una società di desideri per lo più materiali che tende ad una forte omologazione e che, in sostanza, castra i reali desideri creativi del singolo adolescente (castrazione che “devierà” le energie e le pulsioni in direzioni spesso nocive e autodistruttive); una mancanza di prospettive future che spinge la vita su un eterno presente. La scuola, in questo marasma di difficile comprensione, si pone spesso non più come ente educatore di tutti ma assume un atteggiamento elitario nelle sue declinazioni private, arrogandosi la facoltà di giudizio sul comportamento giovanile in un’ottica di espulsioni e sanzioni, senza prestare attenzione alle potenzialità del singolo. Nell’epoca dello scarso spazio di riflessione, dell’inaridimento dei sentimenti e delle emozioni, i giovani (gli uomini e le donne del futuro) vanno incontro ad una serie di problematiche che denotano uno smarrimento generalizzato ed una ricerca di risposte che non trovano più voce da parte dei “vecchi” centri di socializzazione. Il piacere diventa negativo e il desiderio insaziabile. In questa ottica andiamo a considerare l’aumento del consumo di droga negli adolescenti come un tentativo di riempire dei “vuoti” che la cultura e l’educazione non riescono più a colmare. Vi è una droga che più di tutte assume un valore anestetico rispetto alla mancanza di senso: l’eroina, tornata triste protagonista nei giovani:

Il piacere dell’anestesia è il più sottile dei piaceri, forse il più insidioso, senz’altro il più diffuso. Lo incontriamo ogni volta che accendiamo una sigaretta per attutire noia o stress, piccoli indizi della fatica di vivere, ogni volta che ci affidiamo all’alcol per liberare quanto siamo costretti abitualmente a reprimere. Tutto ciò avviene quando si è detto sì alla vita e ci si vuol solo sostenere per mantenere la promessa. Quando invece alla vita si è detto no, senza neppure il bisogno di dirlo perché è la vita stessa a non essere mai sorta come una passione, allora si cerca un piacere anestetico più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci”.

Galimberti, in un capitolo molto interessante, continua indicando diverse tipologie di giovani che compongono la pletora della schiera nichilista. Dalla “generazione del pugno chiuso” ossia la manifestazione di un nuovo terrorismo basato sulla rottura del patto sociale alla generazione X, ossia quella degli indifferenti, la platea degli svuotati, la generazione degli sprecati. Dalla generazione Q, ossia dal basso quoziente intellettivo ed emotivo, agli squatter, ai ragazzi dello stadio e della loro violenza. Infine quella che si può definire l’attuale generazione del conformismo totale, ossia l’omologazione prettamente estetica come forma di identificazione sociale. Si tratta di giovani uomini e donne che sembrano provenire, per l’appunto, dalla omonima trasmissione televisiva. Una vita basata per lo più sull’apparenza e sull’estetica, sulla comunicazione estemporanea dei tempi odierni, su una impressionante somiglianza nel modo di vestire (colori compresi), medesimo taglio di capelli, linguaggio povero e smart, ecc. Sarebbe interessante intervistare questi ragazzi e chieder loro che idea abbiano della loro stessa generazione, come vedano loro stessi nell’oggi, la loro idea di futuro comunitario, desideri, pensieri, emozioni e relazioni. Nell’ultima parte del suo libro, Umberto Galimberti indica alcune vie per il superamento del nichilismo e della mancanza di senso. La prima via è la sperimentazione dell’andare, la figura del viandante che diventa l’ideale per le nuove generazioni. Non un viandante con una meta prefissata che dà poco conto alle esperienze fatte lungo il tragitto ma, al contrario:

L’andare che salva sé stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti, dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede; nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti i quali, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo”.

Un uomo nuovo, senza le garanzie della fede, della verità, della certezza scientifica. Senza garanzie ma che affronta il viaggio della vita e farà dell’incontro con la diversità la sua normalità, alla ricerca di valori sconosciuti e forse più umani. In questo suo cammino, le nuove generazioni dimenticheranno l’attesa, che non dà significato al presente in quanto tutta l’attenzione è spostata sul futuro e faranno propria la speranza, ossia l’”apertura del possibile”. Poiché:

Sperare, infatti, non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita per giocarlo in vista di possibilità a venire”.

Per superare questo nichilismo un’ulteriore via potrebbe essere la divulgazione e l’introiezione di utopie dal volto umano. Luis Mumford, nel suo volume “Storia dell’utopia”, ripercorre i pensieri utopistici che si sono sviluppati nel corso della storia. Utopia intesa come idea, educazione non astratta ma possibile, in direzione di una società che acquisisca senso e sia un po’ più felice. D’altra parte, l’utopia nasce sempre in seguito ad un periodo di transizione; quindi quale miglior momento rispetto al nostro periodo? Fu così per la Repubblica di Platone che nacque in seguito alla disintegrazione sociale che seguì la guerra del Peloponneso. Ogni utopia nasce da un’idea, non astratta ma reale. Poiché solo ciò che è pensato prende forma ed acquista di senso.

Cambiamenti culturali: Pier Paolo Pasolini

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L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora il fascismo”. Pier Paolo Pasolini

Per cercare di delineare le caratteristiche della cultura e dell’educazione odierne è impossibile prescindere da una disamina della società che viviamo. Tale disamina sarà di per sé limitata in quanto tenderà a delineare l’oggetto di un dipinto in continua evoluzione, talmente complesso nella sua forma e cromaticità che anche l’occhio più attento tenderà a non coglierne l’insieme. Per comprendere quelli che sono stati alcuni cambiamenti culturali, radicali, che hanno caratterizzato l’Italia degli ultimi 60 anni, ci rifacciamo alla voce lucida di uno dei maggiori intellettuali italiani del 900. Già negli anni del boom economico, Pier Paolo Pasolini, aveva ben colto gli sviluppi della società italiana. Da intellettuale anticonformista qual era, arrivava a proporre l’abolizione della scuola dell’obbligo poiché come scrisse in un articolo pubblicato per Il Corriere della Sera del 18 ottobre 1975:

La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciatamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza”.

Un’accusa diretta ad una scuola di stampo piccolo-borghese che tentava, secondo l’autore, di inglobare una parte del proletariato e sottoproletariato in maniera illusoria e falsa. Un’Italia di appena 45 anni fa che racconta ancora di una divisione di classe che stava per scomparire definitivamente per lasciare il posto ad una più generalizzata diffusione dell’istruzione, all’innalzamento della scuola dell’obbligo fino ai 16 anni, ecc. Ad una cultura fruibile per tutti, che si diffonde di pari passo con una maggiore educazione e nuovi diritti acquisiti. Fino ad una tendenza ormai consolidata basata su una sempre maggiore specializzazione dell’istruzione, specchio di una società altrettanto tendente alla specializzazione dei saperi e dei mestieri.

Pier Paolo Pasolini e la TV

Sempre Pasolini, precursore degli anni che verranno, descrive la televisione come un mass-media con una forte tendenza autoritaria, vedendo in essa un emblema di antidemocraticità in quanto veicolo di diffusione di informazioni, cultura ed educazione a senso unico. Senza possibilità di dialogo e contraddittorio da parte del fruitore/spettatore e, in quanto tale, non autentica e condizionante. La televisione si diffonde in Italia dagli anni ‘60 ed inizialmente ha incarnato anche un ruolo di diffusione di cultura rispetto ad una larga fetta di cittadini ancora analfabeti, in uno Stato ancora fortemente spaccato in due tra un nord ben avviato verso l’industrializzazione ed un sud ancora fortemente agricolo, culturalmente depresso. Nel suo film-documentario intitolato “Comizi d’amore” del 1965, Pasolini viaggia dal nord al sud della nostra penisola ponendo domande ai più disparati gruppi di persone, di diverse fasce d’età, sesso e classe sociale. Le sue domande sono incentrate in maniera specifica sui temi della sessualità, amore e buon costume e tendono ad indagare come siano cambiati questi temi morali, influenzati direttamente dalla cultura e dall’educazione della società in continua evoluzione. Il quadro che ne uscirà sarà quello di un’Italia ancora tendenzialmente bigotta, influenzata sicuramente dalla presenza della Chiesa Cattolica, ma con alcune differenze morali tipiche di un sud maggiormente legato ai valori della famiglia patriarcale e al ruolo subalterno della donna. Se prendiamo in considerazione il tema della sessualità, ad esempio, vedremo come la società attuale ha modificato significativamente la situazione, mediante l’emancipazione del femminile a vari livelli, una sempre maggiore attenzione all’educazione sessuale veicolata non sono in famiglia ma anche negli istituti di socializzazione secondaria, attraverso nuove rappresentazioni, fascinazioni e talvolta distorsioni proprie dei mass-media. Tornando alla televisione come mezzo di diffusione culturale ed ideologico, in un’intervista del 20 dicembre 1958 pubblicata su Vie Nuove, intitolata Neocapitalismo televisivo, Pasolini sostiene come la televisione sia entrata nella vita e nel costume (nell’educazione appunto) dei giovani anche se la presa sui diversi strati sociali non è esattamente la stessa:

In questo senso, certi strati della popolazione romana, quelli ai quali mi interesso, più ricchi e forti, per così dire, di tradizioni culturali proprie d’un proprio costume di vita, di una propria moralità resistono meglio alla funzione livellatrice della Tv e ne respingono d’istinto il palese conformismo”.

Per Pasolini, la televisione trovava terreno fertile nella realtà piccolo-borghese, ben propensa ad accettare la cultura veicolata dalla classe egemone. Il meccanismo che si creava era una sorta di lotta di classe culturale, che portava ad un impoverimento delle persone più semplici:

La TV, a mio parere, mettendo insieme spettacoli di un certo valore artistico e culturale (la prosa) e altri di assai minore livello, mettendo cioè la parte più povera, culturalmente parlando, a contatto con diversi livelli, per così dire, di cultura, non solo non occorre ad elevare il livello culturale degli strati inferiori, ma determina in loro un senso di inferiorità, quasi angosciosa. I poveri, cioè, vengono indotti continuamente ad una scelta, che cade, per forza di cose, a vantaggio degli spettacoli improntati a livello inferiore. In questo senso, se mi si consente, la TV s’inserisce nel fenomeno generale del neocapitalismo. In quanto essa tende a elevare un po’ il grado di conoscenza di coloro che sono a un livello superiore, ma a precipitare ancora più in basso chi si trova ad un livello inferiore”.

Come abbiamo visto, negli anni a venire la televisione diventerà medium di massa tendenzialmente privato, espressione di una classe dominante e di gruppi di potere con propri interessi economici. Diverrà veicolo privilegiato nella diffusione dei nuovi valori della società dei consumi, neo-liberista, globalista. Ne consegue che il livello culturale e l’educazione sociale veicolata dai media tenderà alla diffusione verso tutti, all’usa e getta, alla comunicazione veloce e comprensibile alla massa. Consumo ed intrattenimento diventeranno gli imperativi della società dei disvalori e del disimpegno. L’apparenza che acquisisce valore maggiore rispetto al contenuto ci mostra il nostro presente, dispiegato in tutta il suo eterno rappresentarsi.

L’educazione e la cultura nella società liquida. Manifesto di uno svilimento, alcune cause e riflessioni. Cap 1: il cambiamento.

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La scopo di un’educazione liberale è quello di trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme del dominio, contribuire a creare dei cittadini equilibrati di una comunità libera, e attraverso la combinazione di questa appartenenza alla comunità con la creatività individuale mettere gli uomini in condizione di conferire alla vita umana quello splendore che, come un limitato numero di persone ha dimostrato, la vita può raggiungere”. Noam Chomsky

Parlare di educazione è cosa quanto mai complessa e diversificata. Ancor più complessa in una società come quella attuale post-ideologica e post-valoriale che fa della velocità, del cambiamento e della novità a tutti i costi sue specifiche caratteristiche e manifestazioni. L’educazione è l’arte dell’educare. Educare, del latino educĕre, vuol dire “trar fuori, allevare”, oppure “trarre, condurre”. O ancora: “svolgere le facoltà intellettuali e morali, specificatamente dei giovani, assuefacendone l’animo ai sentimenti buoni e virtuosi, al senso del bello, alle maniere civili e cortesi”. Trar fuori, allevare, sono azioni che implicano uno slancio continuo e costante. Esigono, dapprima, una comprensione seppur parziale del soggetto verso cui rivolgere l’attenzione e, solo successivamente, un lavoro che miri allo sviluppo delle potenzialità e delle caratteristiche peculiari proprie della persona. Un lavoro raffinato che comporta continui “aggiustamenti”, cambi di direzione e strategia, ripensamenti circa la propria stessa modalità educativa, interazione che muta in base alla relazione tra soggetto educante e soggetto educato. Ad un macro-livello contestualizzare e ricontestualizzare questa relazione nella società odierna che, come abbiamo già accennato, mai come oggi muta forma e volto con una velocità che quasi sempre supera la sistematizzazione delle pratiche educative pensate. Una lotta contro un tempo che ha mutato la sua stessa rappresentazione, slegato com’è dalla memoria del passato, impossibilitato ad immaginarsi in un futuro anche solo prossimo. Perennemente schiacciato su un eterno e fluido presente. Se consideriamo la seconda definizione di educazione come sentiero di perseguimento di virtù, senso del bello e maniere civili cortesi, è chiaro come tale concetto si allarghi ad un ambito più prettamente sociale, del vivere insieme. Un continuum che accompagna lo sviluppo e la maturazione dell’uomo lungo tutto l’arco della sua vita; da quella che poi verrà chiamata socializzazione primaria, originata nell’interazione tra adulto e bambino “alla formazione dell’identità personale che corre parallela alla scoperta e all’elaborazione cognitiva del mondo sociale i cui confini si allargano per cerchi successivi (dalla famiglia, alla scuola, al gruppo di pari, ecc) e che appare sempre più differenziato e complesso”. In questa nobile accezione dell’educazione, quindi, andremo a concentrare la nostra attenzione sui valori, norme e modelli culturali che possano stimolare tali virtù. Ogni società veicola un particolare tipo di educazione e di cultura. Va da sé che l’educazione trasmessa in India sia notevolmente diversa da quella trasmessa in Italia. A sua volta, l’educazione italiana avrà dei tratti distintivi e differenti da quella tedesca, francese, svedese, ecc, poiché portatrice di un proprio patrimonio culturale composto da norme, conoscenze, linguaggi, ecc. D’altra parte, mai come oggi, ci troviamo di fronte ad una società interconnessa e globale che tende ad eliminare le differenze e le specificità dei singoli stati che la compongono. Un dualismo stridente ed estremamente conflittuale tra il patrimonio culturale del singolo paese e un patrimonio culturale globale, espressione della società neo-liberista divenuta, oggi, struttura ed insieme sovrastruttura di marxiana memoria. Ciò che seguirà non ha alcuna pretesa di esaurire un tema tanto complesso come quello dello stato dell’educazione nella attuale società. Il risultato non potrebbe che essere uno scontato e misero fallimento. Unico tentativo, nel migliore dei casi, sarà quello di stimolare alcune riflessioni che possano delineare piccole orme, seppur sbiadite, sulla inesauribile spiaggia della cultura e dell’educazione odierna.

Disinteressati ed indifferenti

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Godiamoci la maturità dei nostri tempi. Anzi, la perfetta decomposizione dei suoi frutti.

Gioiamo della lunga fila di uomini dal volto semi-coperto che attendono il proprio turno. Il vaccino della liberazione. Il loro volto chino sullo schermo dello smartphone in attesa dell’inoculazione. Inviano “mi piace” a quella ragazza dal seno grosso e dal capello nero corvino. Questo mese alcuni hanno pagato l’abbonamento per avere maggiori possibilità, incrementi e “super mi piace”. Soldi ben spesi, decisamente.

Inseguiamo il sogno dell’accumulazione infinita. Attendendo il black friday come ricompensa delle fatiche lavorative, delle settimane tutte uguali che si ripetono nell’incedere di stagioni sempre meno definite. Scegliamo quell’oggetto così importante e pretendiamo che arrivi nel minor tempo possibile. Le notti sono un po’ meno solitarie rischiarate dai banner luminosi o dall’ultima, appassionante, serie televisiva.

Accogliamo il disimpegno dilagante come distrazione da una vita sempre più complessa e complicata. Il disimpegno sociale, in primis. Incazziamoci per una macchina che non parte sfrecciante al verde di un semaforo scalcinato. Riempiamo i dehors di affollati locali con aperitivo a buffet, conversando del più e del meno. Soprattutto del meno. Sfuggiamo ciò che ci repelle, la povertà, il degrado, la complessità e il sacrificio. Disinteressiamoci ad un livello tale da rendere, il disinteresse, interessante.

Issiamo la bandiera dell’omologazione, il vessillo delle nuove truppe del consumo. Facciamo nostra la schizofrenica, fasulla, massmediatica tendenza all’accettazione della diversità, purché rientri in una qualche forma di omologazione. Diapositive di nuove generazioni tutte uguali, nel modo di vestirsi, comportarsi ed essere. Quando tutti saremo uguali il conflitto sarà terminato. Un’unica lingua, un’unica razza, un’unica pelle. Pochi e grassi padroni.

Curiamoci dei nostri fidati animali domestici, loro si che non ci tradiranno mai. Abbaiano al loro simile come specchio della rabbia sociale repressa e dell’evidente ipocrisia dei loro padroni. Disabituati ad un rapporto con la loro stessa specie, talvolta surrogati di figli per uomini che non vogliono più curare altri uomini.

Liberiamoci, nell’attuale epoca del post-moderno, dai residui di valori oramai vetusti, creati ad hoc per dividere i popoli e per renderli subalterni. Apriamoci all’uomo nuovo, al mondo libero e giusto. Senza ideologia, senza spiritualità né fede, senza passato e senza futuro. Senza identità e senza cultura particolare. Il presente è talmente pieno di cose, possibilità, eventi e distrazioni che non abbiamo più spazio per nulla. E’ una questione di capienza. E’ una questione di infinite possibilità che ricercano una capienza sempre più grande.

Custodiamo, gelosamente, nel cuore l’amore per uno Stato così potenzialmente grande, così oggettivamente decadente. Anche se l’indifferenza dilaga come una marea senza argini alcuni. Anche se il tuo vicino di casa ha perso l’abitudine a salutarti. Anche se, da buona colonia americana, abbiamo passivamente assimilato il peggio degli U.S.A., conservando rigorosamente il peggio della nostra particolare storia.

E allora mettiamo da parte gli inutili ideali della solidarietà e della collaborazione, superiamo la banale autodeterminazione per far nostre le conquiste dell’arrivismo, dell’arroganza e del raggiungimento pieno dell’ego. Liberiamoci dai fardelli della cura dell’altro perché nessuno si curerà di noi. Facciamo che il nostro prossimo diventi un bene di consumo, uno fra tanti. E se mai volessimo conservare l’astratto concetto di amore, che possa essere pienamente egoistico ed edonista. Disinteressati ed indifferenti. Verso tutto e tutti.

L’orrore del contemporaneo 2. Pandemia inclusa. La solitudine della rivolta.

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Circa sei anni fa, su questo piccolo diario avaro di continuità di contenuti, manifestavo il mio personale orrore verso la società che viviamo. Un anno particolarmente duro, per una serie di motivi. Il sentirmi estraneo ad una città come Milano, simbolo dell’alienazione e del progresso tutto quantità. Da allora altre esperienze sono state fatte, conoscenze, incontri ed arrivederci. Come nel personale percorso di ogni vita. Anno dopo anno abbiamo assistito al cambiamento socio-culturale cui siamo sottoposti procedere repentino, senza alcuna resistenza da parte di chi lo subisce. Né ideale, tantomeno materiale. Trasformato oramai in dato di fatto, idolo senza volto che tutto decide e tutto dirige. Si può dire che il cambiamento ha assunto fattezze altamente autoreferenziali e ha accentuato ancor più il distacco dai bisogni reali delle persone che faticosamente vivono la società. Da ciò ne deriva una generale auto-sottomissione nei confronti di quella che è vista e percepita come nuova normalità globale e globalizzante. La divisione sociale e la solitudine dilagante, al contempo espressioni e conseguenze del modello neo-liberista sradicato e sradicante, si sono ulteriormente accentuate con la presenza del Covid-19. Non parlerò del virus e dei suoi effetti, della gravità dello stesso che è oggetto di discussione. Di quanto ci sia di reale e di quanto sia accuratamente dipinto a livello mediatico, per finalità precise da parte dei grandi poteri che dirigono l’opinione pubblica, la politica e l’impalpabile economia mondiale. Al contempo, non mi sembra eretico vedere in questo periodo specifico un momento ideale per velocizzare i processi già in atto da decenni. Come se i tempi fossero giunti a completa maturazione e l’avvento della pandemia mondiale fosse il chiavistello finale, forse inaspettato, forse auspicato o previsto, per aprire la porta al “mondo nuovo”. D’altra parte abbiamo letto e sentito che ci attende l’epoca delle pandemie. Molti sono gli articoli che ne hanno parlato e tutti sembrano d’accordo nel ritenere quest’epoca conseguenza di un rapporto disequilibrato tra uomo e natura. Lo sfruttamento dell’uomo sulla natura, la deforestazione e la distruzione di aree selvatiche che ospitavano animali, sostituite da allevamenti ed agricolture intensive. L’urbanizzazione eccessiva, l’inquinamento degli elementi naturali ed i cambiamenti climatici, uniti alla mobilità più veloce della storia dell’uomo, hanno fatto il resto, creando la condizione perfetta per la diffusione di qualsiasi virus. E, a monte, per il malessere dell’abitante del pianeta terra. Eppure qualcosa non torna e lo stolto potrebbe dire che vi è una fortissima dissonanza tra queste dichiarazioni che segnalano una gravità non più trascurabile e quello che sta accadendo da decenni. Come se non vi fossero stati tutti i segnali di un imbarbarimento generale che continua, incontrastato, il suo minuzioso lavoro. Credo che vi sia una grande arroganza in questo, un’apparente paradosso ed una progettualità precisa. L’imbarbarimento, anno dopo anno, procede incontrastato ed è, innanzitutto, un processo che riguarda il tessuto sociale tutto. Una società che tende all’espansione senza fine, priva di misura, con l’obeso dio virtuale del denaro saldamente incastonato sul trono dell’indifferenza e dell’ingiustizia può forse originarsi nell’equilibrio e nel benessere reale? Può forse una società priva di solidarietà e basata sulla divisione sociale richiedere agli uomini, sempre più isolati nelle loro condizioni di meri utenti e consumatori, una reale collaborazione in tempi di una minaccia che è conseguenza del suo stesso deviato sviluppo? Siamo nell’epoca dei carnefici senza volto che impongono ulteriori sacrifici a delle vittime già stremate da anni di abusi e soprusi. Privati, anno dopo anno, di diritti essenziali come quelli del lavoro, del riconoscimento sociale, di una reale partecipazione al bene comune, non resta che la complicata autorealizzazione, il perseguimento del desiderio illimitato, la rincorsa verso il nuovo nichilismo passivo, volto al mantenimento dell’ordine sociale piuttosto che alla sua soppressione. Un ordine fondato sui nuovi media, proposti come alternativi ma diventati monopoli che veicolano la nuova opinione pubblica politicamente corretta, con la mannaia della censura sempre pronta a calarsi su pensieri dissonanti che possano veicolare prospettive alternative sull’esistente. Caratterizzato da un mercato del lavoro che continua il suo processo di costante svilimento, i nuovi schiavi in bicicletta che attendono a decina davanti al McDonalds il loro turno di consegna di cibi dal sapore standardizzato, da consumare nelle quattro mura di bilocali pagati a peso d’oro. Le file davanti alle farmacie e la ricerca del pacchetto all-inclusive del benessere. Antidepressivi ed ansiolitici sul comodino, accanto a quel libro comprato da mesi ed in attesa del fine settimana giusto per essere sfogliato. La continua rincorsa alla formazione continua, la specializzazione del lavoro che cresce proporzionalmente alla diminuzione dei posti di lavoro. Imparare ad esser pronti a qualsiasi eventualità, vestirsi di flessibilità e spogliarsi di dignità. L’orrore del contemporaneo è nello scarto tra la tecnica ed il benessere. Tra la fine della centralità della politica e l’accentramento del potere decisionale nella mani di alcuni soggetti sovranazionali e globali, inattaccabili se non con una presa di consapevolezza altrettanto globale. Tra la scomparsa delle culture popolari ed il conformismo dell’omologazione imposto a masse eterodirette. Tra il calore dei corpi che si allontanano da vecchie forme di socialità e la freddezza dei social-media che promettono la quantità delle connessioni infinite. Penso sia inutile attendere una vera resistenza che nasca dalla rete, per quelle che sono le sue stesse caratteristiche. Il processo deve nascere da una presa di consapevolezza individuale mediante una rivolta solitaria ad uno status di cose che non si ritiene come il migliore dei mondi possibili. Si combatte anche nella solitudine ma con passione e dedizione. In attesa di tempi maturi. Nell’attesa che questa consapevolezza cresca in un numero sempre maggiore di persone, come reazione ad un disagio evidente oggi accettato come anormale normalità. E che si inizi a ripensare ad un uomo, e ad una società, meno arroganti, nevrotici e solitari.

Attraverso una porta socchiusa si intravede un bambino sugli undici anni. Sembra pensieroso. Attende le ore 12:30 per la quinta ed ultima lezione della giornata. Educazione ambientale. Nel pomeriggio prenderà la metro per il corso bisettimanale di difesa personale. Ogni sera, alle 21:00 circa, immancabile l’appuntamento con i suoi amici virtuali. Terzo in classifica, affronterà oggi la simulazione di un attacco chimico. La maschera anti-gas sull’appendiabiti vicino alla maglia arancio. La mamma gli ricorda che entro mezz’ora arriverà il pranzo d’asporto, nel suo apposito sottovuoto anti-contaminazione. Arriverà la fine della giornata e, come tutte le sere, i suoi occhi arrossati lacrimeranno. Un mix fra troppe ore di computer, il nuovo virus mensile ed una tristezza interiore che non riesce a decifrare. Fuori il cielo è terso e, nonostante tutto, uno stormo di uccelli migra verso sud“.

La peste e la paura

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Tempo di Coronavirus. Tempo irreale. Reclusi in casa da oltre un mese oramai, le giornate hanno acquistato significati dimenticati. L’abitudine ha fatto il resto, proiettandoci in una realtà fuori dal tempo ed in un luogo mai così tanto simile a se stesso. Impossibile da immaginare o da prevedere. Una società fatta di uomini abituati al moto perpetuo, alla corsa ripida e faticosa, all’insensatezza di un traguardo invisibile, è stata arrestata ad uno stato di immobilità che, soprattutto nel suo incipit, ha palesato tutta l’innaturalità dello stesso. La paura ancestrale per antonomasia, estranea e rigettata dalla società che viviamo e subiamo, si è palesata per milioni di persone, per una generazione priva di qualsiasi certezza. Senza alcuna strada delineata. Nella società della vita eternamente presente, il pericolo della morte diffusa ed improvvisa diventa una certezza. Quantomeno una realtà possibile, che a livello potenziale potrebbe riguardare tutti. La società occidentale ha operato ormai da decenni una poderosa opera di rimozione pubblica e mass-mediatica della morte. Tutto è apparenza, eppure la morte non viene mostrata, se non in rari casi. In questa occasione se ne parla come deterrente, affinché le persone rimangano a casa. Ma la sua visione reale, il suo volto sicuro, è accuratamente rimosso. Si preferisce narrare l’eroismo dei medici in prima linea, le difficoltà di territori che si sono trasformati in luoghi dalle mura invisibili. Come se non fossimo più pronti ad affrontare la paura della morte, troppo distanziati da una considerazione naturale della vita. Tecnologicamente ascesi, umanamente vinti.

Una moltitudine di persone sta vivendo questo periodo di isolamento forzato con grande fatica. Separazione dai cari, paura di ciò che eravamo e che forse non saremo più, quantomeno per un periodo di tempo indefinito. In realtà, tale paura ha lo stesso volto di un’altra che l’uomo si sta trascinando da troppo tempo. La paura di una solitudine che dilaga, che ogni anno diventa sempre più regola sociale. Modalità esistenziale.

La pandemia isola ma questo è uno stile di vita già consolidato per un gran numero di esseri umani nel mondo. Sempre meno viviamo gli spazi comunitari di incontro e di condivisione, le piazze come luoghi aggregativi. I luoghi dell’incontro virtuale, in molti casi, hanno preso il posto della vicinanza dei corpi. Ciò che impaurisce, probabilmente, è la costrizione della solitudine. Come se un mutamento così radicale ed unidirezionale come quello della società attuale non fosse anch’esso una costrizione, imposta dall’esterno. Un distanziamento umano e sociale che è già scientificamente in atto per l’uomo, perfettamente a suo (dis)agio.

Si parla molto di smart-working, di telelavoro, dell’importanza dello stesso e di come questo debba essere il futuro migliore cui andremo incontro. La scuola a distanza, il giudizio a distanza, le riunioni a distanza, la produzione a distanza. Lo smart-working è definito dall’Osservatorio del Politecnico di Milano come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione dalle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Eppure non tutto potrebbe rivelarsi così perfetto. In primis, la tecnologia si pone come tramite fra gli individui in molti altri ambiti della vita sociale ed individuale. Con la conseguenza che la collaborazione, basata anche su una comprensione empatica, diventerà giocoforza più complessa. Gli orari di lavoro potrebbero acquisire flessibilità, nel senso di un maggior numero di ore lavorate. Molte persone, isolate dal virus e dalla peste della solitudine sociale, si prostreranno volontariamente agli straordinari non retribuiti. E si compierà la deresponsabilizzazione dei datori di lavoro e “superiori” cui conseguirà la totale identificazione tra l’uomo e la sua produzione. Ed ovviamente piena responsabilità individuale, senza possibilità alcuna di delega altra. Un processo partito da lontano, come illustra Zigmunt Bauman nel suo denso libro “Voglia di comunità”:

“Passati pochi decenni, vissuti nel segno della distruzione bellica e della ricostruzione postbellica, apparve chiaro che per i manager fosse scoccata l’ora di scrollarsi di dosso gli ingrati ed onerosi doveri dirigenziali che i proprietari del capitale avevano in passato accollato loro, ed essi procedettero con grande ardore a reiterare l’atto di sparizione dei proprietari del capitale. Dopo l’epoca del “grande coinvolgimento” è arrivata quella del “grande disimpegno”. L’epoca dell’alta velocità e dell’accelerazione costante, di un sempre minor coinvolgimento, della “flessibilità”, del “ridimensionamento”, dell'”outsourcing”. L’epoca dell’aggregazione a tempo, da perseguire solo fino a quando risulti conveniente e non un minuto di più”.

La paura del coronavirus, leggo da più parti, dovrebbe spingere le persone ad una riflessione profonda. Ad un ripensamento che sia individuale e sociale. La pandemia è combattuta in maniera solitaria così come, sempre più, si combatte in maniera solitaria la difficoltosa vita odierna. Non è possibile immaginare che una paura collettiva generi spontaneamente una nuova consapevolezza poiché essa esige un pensiero critico nei confronti di poteri invisibili, schemi sociali, atteggiamenti, regole e consuetudini che hanno lavorato continuamente sulle sinapsi e sulla genetica umana. Diventando abitudine e “normalità”.

E’ impossibile immaginare cosa potrà aspettarci nei prossimi mesi, quali cambiamenti tale periodo recherà nella vita di una larga fetta di mondo. Restano le paure veicolate dalla società della normalizzazione dell’inumano. La paura del fallimento continuo, della solitudine, del mancato riconoscimento dell’esistenza sociale ed individuale, l’eterno presente schiacciato su se stesso. La darwiniana legge del più forte. La separazione dei corpi e delle anime. Come queste anormali normalità andranno a reagire al contatto della realtà pandemica non ci è dato saperlo. Intanto, la peste è arrivata.

Dopo cena nella periferia di Orano. Silenzio nelle strade illuminate da una luna di una bellezza rara. Un bambino di 8 anni, incurante del virus che sconvolge il globo, siede sul bordo di una vecchia rugginosa fontana, sguardo rivolto al cielo e piedi nudi penzoloni. Una canzone araba risuona da una finestra semi-aperta, il vento tiepido spira dolce sul volto ingenuo e sereno. Notte fonda a Canary Wharf, Londra. La città spaventata, riflessi di luci ovunque. Al 23simo di un grattacielo come tanti un uomo gioca al virtuale, investe su titoli di altrettanto trascendenti aziende, viso teso e battito irregolare. Una puttana si riveste dopo aver incassato la ricompensa del suo dono tradito, il vento freddo sbatte sulle coscienze di migliaia di uomini dal sonno tormentato. Due bandiere differenti sventolano lontane. Una umile, l’altra da bruciare.

 

 

Viale Thovez 45 – Umanità e resistenza. Contro l’idiozia dilagante.

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Nella zona precollinare torinese, tra scuole private, circoli esclusivi e lussuose residenze, è ubicato uno strano centro di accoglienza per richiedenti asilo. Immerso in una rigogliosa vegetazione e sede dell’ex seminario minore diocesano, ospita oggi circa 80 richiedenti asilo, provenienti dall’Africa sub-sahariana ed una folta comunità pakistana.

Qualsiasi nostra visione, in quanto umana, è di per sé limitata. Fuori il mondo corre, malandato e con tratti psicotici evidenti. Dicono che nella nostra società spirino venti di intolleranza, che la dozzinale propaganda politica abbia un impatto popolare non trascurabile. La globalizzazione ha ridotto sensibilmente le differenze, la circolazione del feticcio-denaro e di colui che lo idolatra ha effetti indesiderati talvolta. E accade allora che un virus dell’Asia orientale diventi minaccia globale, potenzialmente illimitata. Si predispone la quarantena, la città deve essere protetta, scongiurare la diffusione del contagio. Immaginare questo virus diffondersi in uno stato differente reca maggiore timore. Finché circoscritto al “territorio di appartenenza” può essere controllato, oltre il confine vi è ciò che non conosciamo. La paura.  Wuhan come Orano, la peste può dilagare. E non sembrano vedersi schiere di Dottor Rieux pronti alla cura del corpo e dell’anima. Interi gruppi etnici ridotti a categoria sociale. All’immigrato portatore di disagio, violenza, temibile sottocultura e competizione lavorativa/sociale si aggiunge l’immigrato untore. Un ritorno al medioevo in grande stile. Un medioevo globalizzato.

Ciò che l’uomo può fare, nel mare magnum delle informazioni lampo, degli slogan urlati e già superati, dei luoghi comuni che dicono tutto ed il suo contrario, è vivere con passione e dedizione. Ho avuto la fortuna ed il privilegio di lavorare due anni in un centro di accoglienza che ha fatto dell’umanità e dell’impegno le sue costanti. Un’équipe nata per caso ma accomunata, fin da subito, da una naturale comunione di intenti. Come se le varie caratteristiche umane e professionali, intrecciate alle personalità delle persone accolte all’interno del centro, abbiano dato vita ad una situazione unica, impossibile da replicare.

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Al di là di quello che è il lavoro abitualmente svolto all’interno di un centro di accoglienza, serberò il ricordo di tale esperienza per una cosa tanto semplice quanto sovente utopica in tempi odierni. La semplicità del rapporto umano creato e condiviso, basato sulla conoscenza delle singole persone che quel centro lo abitano ogni giorno, sulla cura delle necessità, senza per questo scadere nell’assistenzialismo. Ogni singola individualità ha avuto un suo peso in questa storia. La condivisione di uno spazio comune, il continuo scambio culturale ed umano ha accresciuto le personalità di tutti gli attori coinvolti.

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Tutti gli esseri umani hanno bisogno di radici. Per quanto il viaggio rechi in sé la bellezza dell’esperienza, senza radici emotive ci si sente spaesati, stranieri al contesto che viviamo. Queste radici non sono definitive ed il viaggio stesso, se affrontato ben radicati, ha tutt’altro significato. Non tutti i viaggi hanno lo stesso obiettivo; da certe zone del mondo sono forzati e sradicanti. Alcune persone hanno deciso di migrare per situazioni disparate come persecuzioni, conflitti armati, discriminazioni, ricerca di una migliore condizione economica per sé e per i propri cari, cambiamenti climatici che hanno reso zone del mondo ormai inospitali. Ogni essere umano dovrebbe rivendicare e ricercare la propria strada, dovrebbe godere della libertà e della possibilità di un nuovo inizio in un contesto migliore.

Compito della persona che ha deciso di impegnarsi e lavorare in certi contesti è primariamente la costruzione di un rapporto umano che sia caratterizzato da empatia, cura e rispetto reciproco. Che possa trasformare un luogo in una casa. Senza un tentativo in questa direzione, tutto il lavoro si svuota di senso, acquista la meccanicità della fruizione del servizio. Il Cas di Viale Thovez ha dimostrato che è possibile lavorare mettendo al centro di tutto l’umanità, anche e soprattutto nei confronti di persone che si ritrovano in una condizione di marginalità. Sorridere per esorcizzare, utilizzare il sarcasmo contro la banalità dilagante, combattere decisi quando ce n’è bisogno. Se possibile, fermarsi per sentire, per comprendere. Trascorrere del tempo insieme, proiettati verso un futuro migliore, condividere piccoli attimi di presente, di relax, di vicinanza.

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Ho avuto la fortuna di vivere questa piccola oasi di bellezza ed umanità in un tempo di idiozia dilagante. Di paure create a tavolino che, con la violenza ed antidemocraticità di certi mass-media, diventano reali ed alimentano la parte oscura presente in ogni uomo. L’incanto della condivisione di obiettivi comuni con colleghi che, in primis, sono stati amici e compagni di viaggio. La possibilità di conoscere bene culture diverse, coglierne gli aspetti per alcuni sconosciuti. Conseguentemente, la verità che consiste nell’unicità profonda di ogni singola natura umana, al di là delle differenze linguistiche, culturali, comportamentali e valoriali.

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Se è vero che l’essere umano è l’unico animale sociale che cerca continuamente un senso in ciò che fa e verso cui si spende, se è vero che la nostra epoca globalizzata è svuotata di qualsiasi riferimento, ideologia, tradizioni e valori, maggiore è la necessità di una ricerca personale, che possa diventare condivisa e praticabile. Messe da parte le grandi ideologie storiciste, osservando la sconfitta  palese ma non ancora accettata dell’attuale ideologia capitalista, consapevoli dell’ineluttabilità della violenza poiché connaturata alla natura umana, è tempo di inseguire un’utopia più abbordabile, più realistica ed umana. Con una fermezza ed una decisione che deve travalicare i confini, oggi come e più di ieri. Una salvaguardia dei corpi su ogni cosa, per dirla alla Camus. Tema estremamente attuale.

Sono convinto che non possiamo più nutrire la ragionevole speranza di salvare tutto, ma che possiamo quantomeno proporci di salvare i corpi in modo che il futuro resti un futuro possibile“.

Non in nome della giustizia in quanto legge. Ma in nome del “giusto”, ossia lo sforzo profuso verso la diminuzione della sofferenza e dell’ingiustizia umana che ha, come fondamento, un continuo lavoro di osservazione e comprensione delle somiglianze degli uomini piuttosto che delle loro differenze.

E, poiché certi demoni recano lo stesso volto del passato, bisogna serbarne memoria e farsi veicolo di alcuni delicati ed al contempo potenti pensieri di libertà. Marchiarli nella mente e nell’anima e, conseguentemente, darne vita, per e nella vita. Ancora Albert Camus:

“Si, oggi vanno combattuti la paura e il silenzio, e con essi la separazione delle persone e delle anime che quelli comportano. Mentre vanno difesi il dialogo e la comunicazione universale e reciproca tra gli uomini. La subalternità, l’ingiustizia e la menzogna sono i flagelli che ostacolano la comunicazione e impediscono il dialogo. Ecco perché dobbiamo respingerle”.

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