La peste e la paura

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Tempo di Coronavirus. Tempo irreale. Reclusi in casa da oltre un mese oramai, le giornate hanno acquistato significati dimenticati. L’abitudine ha fatto il resto, proiettandoci in una realtà fuori dal tempo ed in un luogo mai così tanto simile a se stesso. Impossibile da immaginare o da prevedere. Una società fatta di uomini abituati al moto perpetuo, alla corsa ripida e faticosa, all’insensatezza di un traguardo invisibile, è stata arrestata ad uno stato di immobilità che, soprattutto nel suo incipit, ha palesato tutta l’innaturalità dello stesso. La paura ancestrale per antonomasia, estranea e rigettata dalla società che viviamo e subiamo, si è palesata per milioni di persone, per una generazione priva di qualsiasi certezza. Senza alcuna strada delineata. Nella società della vita eternamente presente, il pericolo della morte diffusa ed improvvisa diventa una certezza. Quantomeno una realtà possibile, che a livello potenziale potrebbe riguardare tutti. La società occidentale ha operato ormai da decenni una poderosa opera di rimozione pubblica e mass-mediatica della morte. Tutto è apparenza, eppure la morte non viene mostrata, se non in rari casi. In questa occasione se ne parla come deterrente, affinché le persone rimangano a casa. Ma la sua visione reale, il suo volto sicuro, è accuratamente rimosso. Si preferisce narrare l’eroismo dei medici in prima linea, le difficoltà di territori che si sono trasformati in luoghi dalle mura invisibili. Come se non fossimo più pronti ad affrontare la paura della morte, troppo distanziati da una considerazione naturale della vita. Tecnologicamente ascesi, umanamente vinti.

Una moltitudine di persone sta vivendo questo periodo di isolamento forzato con grande fatica. Separazione dai cari, paura di ciò che eravamo e che forse non saremo più, quantomeno per un periodo di tempo indefinito. In realtà, tale paura ha lo stesso volto di un’altra che l’uomo si sta trascinando da troppo tempo. La paura di una solitudine che dilaga, che ogni anno diventa sempre più regola sociale. Modalità esistenziale.

La pandemia isola ma questo è uno stile di vita già consolidato per un gran numero di esseri umani nel mondo. Sempre meno viviamo gli spazi comunitari di incontro e di condivisione, le piazze come luoghi aggregativi. I luoghi dell’incontro virtuale, in molti casi, hanno preso il posto della vicinanza dei corpi. Ciò che impaurisce, probabilmente, è la costrizione della solitudine. Come se un mutamento così radicale ed unidirezionale come quello della società attuale non fosse anch’esso una costrizione, imposta dall’esterno. Un distanziamento umano e sociale che è già scientificamente in atto per l’uomo, perfettamente a suo (dis)agio.

Si parla molto di smart-working, di telelavoro, dell’importanza dello stesso e di come questo debba essere il futuro migliore cui andremo incontro. La scuola a distanza, il giudizio a distanza, le riunioni a distanza, la produzione a distanza. Lo smart-working è definito dall’Osservatorio del Politecnico di Milano come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione dalle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Eppure non tutto potrebbe rivelarsi così perfetto. In primis, la tecnologia si pone come tramite fra gli individui in molti altri ambiti della vita sociale ed individuale. Con la conseguenza che la collaborazione, basata anche su una comprensione empatica, diventerà giocoforza più complessa. Gli orari di lavoro potrebbero acquisire flessibilità, nel senso di un maggior numero di ore lavorate. Molte persone, isolate dal virus e dalla peste della solitudine sociale, si prostreranno volontariamente agli straordinari non retribuiti. E si compierà la deresponsabilizzazione dei datori di lavoro e “superiori” cui conseguirà la totale identificazione tra l’uomo e la sua produzione. Ed ovviamente piena responsabilità individuale, senza possibilità alcuna di delega altra. Un processo partito da lontano, come illustra Zigmunt Bauman nel suo denso libro “Voglia di comunità”:

“Passati pochi decenni, vissuti nel segno della distruzione bellica e della ricostruzione postbellica, apparve chiaro che per i manager fosse scoccata l’ora di scrollarsi di dosso gli ingrati ed onerosi doveri dirigenziali che i proprietari del capitale avevano in passato accollato loro, ed essi procedettero con grande ardore a reiterare l’atto di sparizione dei proprietari del capitale. Dopo l’epoca del “grande coinvolgimento” è arrivata quella del “grande disimpegno”. L’epoca dell’alta velocità e dell’accelerazione costante, di un sempre minor coinvolgimento, della “flessibilità”, del “ridimensionamento”, dell'”outsourcing”. L’epoca dell’aggregazione a tempo, da perseguire solo fino a quando risulti conveniente e non un minuto di più”.

La paura del coronavirus, leggo da più parti, dovrebbe spingere le persone ad una riflessione profonda. Ad un ripensamento che sia individuale e sociale. La pandemia è combattuta in maniera solitaria così come, sempre più, si combatte in maniera solitaria la difficoltosa vita odierna. Non è possibile immaginare che una paura collettiva generi spontaneamente una nuova consapevolezza poiché essa esige un pensiero critico nei confronti di poteri invisibili, schemi sociali, atteggiamenti, regole e consuetudini che hanno lavorato continuamente sulle sinapsi e sulla genetica umana. Diventando abitudine e “normalità”.

E’ impossibile immaginare cosa potrà aspettarci nei prossimi mesi, quali cambiamenti tale periodo recherà nella vita di una larga fetta di mondo. Restano le paure veicolate dalla società della normalizzazione dell’inumano. La paura del fallimento continuo, della solitudine, del mancato riconoscimento dell’esistenza sociale ed individuale, l’eterno presente schiacciato su se stesso. La darwiniana legge del più forte. La separazione dei corpi e delle anime. Come queste anormali normalità andranno a reagire al contatto della realtà pandemica non ci è dato saperlo. Intanto, la peste è arrivata.

Dopo cena nella periferia di Orano. Silenzio nelle strade illuminate da una luna di una bellezza rara. Un bambino di 8 anni, incurante del virus che sconvolge il globo, siede sul bordo di una vecchia rugginosa fontana, sguardo rivolto al cielo e piedi nudi penzoloni. Una canzone araba risuona da una finestra semi-aperta, il vento tiepido spira dolce sul volto ingenuo e sereno. Notte fonda a Canary Wharf, Londra. La città spaventata, riflessi di luci ovunque. Al 23simo di un grattacielo come tanti un uomo gioca al virtuale, investe su titoli di altrettanto trascendenti aziende, viso teso e battito irregolare. Una puttana si riveste dopo aver incassato la ricompensa del suo dono tradito, il vento freddo sbatte sulle coscienze di migliaia di uomini dal sonno tormentato. Due bandiere differenti sventolano lontane. Una umile, l’altra da bruciare.

 

 

Viale Thovez 45 – Umanità e resistenza. Contro l’idiozia dilagante.

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Nella zona precollinare torinese, tra scuole private, circoli esclusivi e lussuose residenze, è ubicato uno strano centro di accoglienza per richiedenti asilo. Immerso in una rigogliosa vegetazione e sede dell’ex seminario minore diocesano, ospita oggi circa 80 richiedenti asilo, provenienti dall’Africa sub-sahariana ed una folta comunità pakistana.

Qualsiasi nostra visione, in quanto umana, è di per sé limitata. Fuori il mondo corre, malandato e con tratti psicotici evidenti. Dicono che nella nostra società spirino venti di intolleranza, che la dozzinale propaganda politica abbia un impatto popolare non trascurabile. La globalizzazione ha ridotto sensibilmente le differenze, la circolazione del feticcio-denaro e di colui che lo idolatra ha effetti indesiderati talvolta. E accade allora che un virus dell’Asia orientale diventi minaccia globale, potenzialmente illimitata. Si predispone la quarantena, la città deve essere protetta, scongiurare la diffusione del contagio. Immaginare questo virus diffondersi in uno stato differente reca maggiore timore. Finché circoscritto al “territorio di appartenenza” può essere controllato, oltre il confine vi è ciò che non conosciamo. La paura.  Wuhan come Orano, la peste può dilagare. E non sembrano vedersi schiere di Dottor Rieux pronti alla cura del corpo e dell’anima. Interi gruppi etnici ridotti a categoria sociale. All’immigrato portatore di disagio, violenza, temibile sottocultura e competizione lavorativa/sociale si aggiunge l’immigrato untore. Un ritorno al medioevo in grande stile. Un medioevo globalizzato.

Ciò che l’uomo può fare, nel mare magnum delle informazioni lampo, degli slogan urlati e già superati, dei luoghi comuni che dicono tutto ed il suo contrario, è vivere con passione e dedizione. Ho avuto la fortuna ed il privilegio di lavorare due anni in un centro di accoglienza che ha fatto dell’umanità e dell’impegno le sue costanti. Un’équipe nata per caso ma accomunata, fin da subito, da una naturale comunione di intenti. Come se le varie caratteristiche umane e professionali, intrecciate alle personalità delle persone accolte all’interno del centro, abbiano dato vita ad una situazione unica, impossibile da replicare.

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Al di là di quello che è il lavoro abitualmente svolto all’interno di un centro di accoglienza, serberò il ricordo di tale esperienza per una cosa tanto semplice quanto sovente utopica in tempi odierni. La semplicità del rapporto umano creato e condiviso, basato sulla conoscenza delle singole persone che quel centro lo abitano ogni giorno, sulla cura delle necessità, senza per questo scadere nell’assistenzialismo. Ogni singola individualità ha avuto un suo peso in questa storia. La condivisione di uno spazio comune, il continuo scambio culturale ed umano ha accresciuto le personalità di tutti gli attori coinvolti.

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Tutti gli esseri umani hanno bisogno di radici. Per quanto il viaggio rechi in sé la bellezza dell’esperienza, senza radici emotive ci si sente spaesati, stranieri al contesto che viviamo. Queste radici non sono definitive ed il viaggio stesso, se affrontato ben radicati, ha tutt’altro significato. Non tutti i viaggi hanno lo stesso obiettivo; da certe zone del mondo sono forzati e sradicanti. Alcune persone hanno deciso di migrare per situazioni disparate come persecuzioni, conflitti armati, discriminazioni, ricerca di una migliore condizione economica per sé e per i propri cari, cambiamenti climatici che hanno reso zone del mondo ormai inospitali. Ogni essere umano dovrebbe rivendicare e ricercare la propria strada, dovrebbe godere della libertà e della possibilità di un nuovo inizio in un contesto migliore.

Compito della persona che ha deciso di impegnarsi e lavorare in certi contesti è primariamente la costruzione di un rapporto umano che sia caratterizzato da empatia, cura e rispetto reciproco. Che possa trasformare un luogo in una casa. Senza un tentativo in questa direzione, tutto il lavoro si svuota di senso, acquista la meccanicità della fruizione del servizio. Il Cas di Viale Thovez ha dimostrato che è possibile lavorare mettendo al centro di tutto l’umanità, anche e soprattutto nei confronti di persone che si ritrovano in una condizione di marginalità. Sorridere per esorcizzare, utilizzare il sarcasmo contro la banalità dilagante, combattere decisi quando ce n’è bisogno. Se possibile, fermarsi per sentire, per comprendere. Trascorrere del tempo insieme, proiettati verso un futuro migliore, condividere piccoli attimi di presente, di relax, di vicinanza.

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Ho avuto la fortuna di vivere questa piccola oasi di bellezza ed umanità in un tempo di idiozia dilagante. Di paure create a tavolino che, con la violenza ed antidemocraticità di certi mass-media, diventano reali ed alimentano la parte oscura presente in ogni uomo. L’incanto della condivisione di obiettivi comuni con colleghi che, in primis, sono stati amici e compagni di viaggio. La possibilità di conoscere bene culture diverse, coglierne gli aspetti per alcuni sconosciuti. Conseguentemente, la verità che consiste nell’unicità profonda di ogni singola natura umana, al di là delle differenze linguistiche, culturali, comportamentali e valoriali.

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Se è vero che l’essere umano è l’unico animale sociale che cerca continuamente un senso in ciò che fa e verso cui si spende, se è vero che la nostra epoca globalizzata è svuotata di qualsiasi riferimento, ideologia, tradizioni e valori, maggiore è la necessità di una ricerca personale, che possa diventare condivisa e praticabile. Messe da parte le grandi ideologie storiciste, osservando la sconfitta  palese ma non ancora accettata dell’attuale ideologia capitalista, consapevoli dell’ineluttabilità della violenza poiché connaturata alla natura umana, è tempo di inseguire un’utopia più abbordabile, più realistica ed umana. Con una fermezza ed una decisione che deve travalicare i confini, oggi come e più di ieri. Una salvaguardia dei corpi su ogni cosa, per dirla alla Camus. Tema estremamente attuale.

Sono convinto che non possiamo più nutrire la ragionevole speranza di salvare tutto, ma che possiamo quantomeno proporci di salvare i corpi in modo che il futuro resti un futuro possibile“.

Non in nome della giustizia in quanto legge. Ma in nome del “giusto”, ossia lo sforzo profuso verso la diminuzione della sofferenza e dell’ingiustizia umana che ha, come fondamento, un continuo lavoro di osservazione e comprensione delle somiglianze degli uomini piuttosto che delle loro differenze.

E, poiché certi demoni recano lo stesso volto del passato, bisogna serbarne memoria e farsi veicolo di alcuni delicati ed al contempo potenti pensieri di libertà. Marchiarli nella mente e nell’anima e, conseguentemente, darne vita, per e nella vita. Ancora Albert Camus:

“Si, oggi vanno combattuti la paura e il silenzio, e con essi la separazione delle persone e delle anime che quelli comportano. Mentre vanno difesi il dialogo e la comunicazione universale e reciproca tra gli uomini. La subalternità, l’ingiustizia e la menzogna sono i flagelli che ostacolano la comunicazione e impediscono il dialogo. Ecco perché dobbiamo respingerle”.

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Straniero a se stesso. Straniero agli altri

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C’è una prima accoglienza, quella che viene declinata attraverso i centri di accoglienza straordinari (CAS). C’è una seconda accoglienza, ovvero il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (S.P.R.A.R.). E poi c’è una terza accoglienza, i ghetti sparsi in varie parti del nostro paese. Al di là di qualsiasi ideologia o fazione politica, i fatti parlano. E pesano sulle coscienze di chi ha una visione della vita non autoreferenziale. Il tema dell’immigrazione è estremamente complesso ma, il più delle volte, banalizzato e ridotto a slogan politico, ad uso e consumo del partito di turno. I media mainstream, per loro stessa caratteristica, svuotano di senso un fenomeno che è destinato, che lo si voglia o no, a trasformare sensibilmente il tessuto sociale che abitiamo. Si gioca facile, in un’epoca di incertezza e paura come la nostra, a dipingere lo “straniero” come il nemico per antonomasia, portatore di tutti i problemi attuali. D’altronde, la storia e l’antropologia hanno insegnato che, nel profondo dell’animo umano, cova il sentimento della persecuzione, la ricerca del capro espiatorio. Trasformare il diverso da noi in nemico. Lo espone magistralmente il filosofo ed antropologo René Girard, quando parla di una delle declinazioni che la persecuzione può assumere:

” «Le minoranze etniche o religiose – scrive Girard – tendono a polarizzare contro di sé le maggioranze. (…) Non c’è quasi società che non sottometta le proprie minoranze, i propri gruppi mal integrati, o anche semplicemente distinti, a certe forme di discriminazione se non di persecuzione.»

IMG-20180120-WA0028Nella società della realizzazione personale vista come strada prettamente individuale, fondata sulla divisione sociale come strategia per escludere ed opprimere e sul raggiungimento del benessere economico come unico scopo di vita, si ergono palazzi simili a carceri. Ed attorno ad essi nascono mura di cinta difensive. Ci si barrica dentro pensando di essere al sicuro. La minaccia è praticamente ovunque, urla forte la voce dei media dall’alto della sua anti-democraticità (Pasolini docet). Bisogna quantomeno cercare di limitarla a livello spaziale. Un “ghetto”, in tal senso, può tornare utile, poiché ci dona la rassicurante visione che il fenomeno sia circoscritto ad un determinato luogo, possibilmente più lontano possibile da noi. E’ così, ad esempio, nel ghetto di Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, nella provincia di Foggia. Nato lungo una ex pista aeroportuale che ospitava un centro di accoglienza e vicinissimo al CARA (Centro accoglienza richiedenti asilo), ospita una media di 500 persone il cui numero, durante i periodi di maggior richiesta stagionale di manodopera, lievita fin quasi a raddoppiare. Il numero è ulteriormente aumentato dopo lo “sgombero” del ghetto di Rignano Garganico (FG), datato marzo 2017. Una volontà politica che, ancora una volta, ha dimostrato disorganizzazione ed incapacità nel risolvere concretamente la situazione. Una pura vetrina per accaparrare voti, direbbe il malpensante. Sono stato molte volte al ghetto di Borgo Mezzanone perché conosco alcuni dei ragazzi che lo abitano. Una riproduzione a tutti gli effetti dei quartieri africani, con alcune piccole differenze. La pista e la campagna circostante invece della terra rossa. Container e case costruite con materiali recuperati chissà dove, come legno, cartone e lamiere. Il cemento serve ad asfaltare la  terra, a livellarla e a creare un piano sul quale sono poste brandine o materassi senza neppure quest’ultime. L’acqua potabile è pura utopia e anche quella per lavarsi e cucinare scarseggia. La corrente elettrica è alimentata attraverso un complesso collegamento ai pali elettrici del luogo. L’immondizia viene accumulata negli sparuti bidoni presenti che, una volta stracolmi, vengono dati alle fiamme come unica forma di smaltimento. Gli abitanti del luogo, per rendere “confortevole” il loro soggiorno che spesso dura anni, hanno costruito piccoli negozi alimentari, una moschea ed una chiesa improvvisata come luoghi di culto, il meccanico e l’officina che ripara le biciclette utilizzate dai più come mezzo per raggiungere le campagne, dove si lavora a pochi euro l’ora. Sfruttati dal sistema del caporalato, la più infima ed illegale mano d’opera di un’Italia che sa ma finge di non sapere. Le etnie presenti sono diverse, Senegal, Mali, Gambia, Nigeria ma anche Pakistan ed Afghanistan. Molti dei presenti sono in attesa di un permesso di soggiorno che, spesso, non arriverà mai. Altri non hanno più alcuna speranza in tal senso e vorrebbero spostarsi in Francia, in Germania o in nord Europa, per cercare miglior sorte. Solo pochi ce la fanno di fatto. Ogni luogo, però, seppur nel suo disagio e complessità, può insegnare qualcosa. Il ghetto di Borgo Mezzanone, uno dei tanti sparsi nella nostra penisola, è il termometro di una stato socialmente in declino. Dove centinaia di uomini sono ridotti a categoria, ad etnia minoritaria. A problema politico da risolvere, umanamente irrilevante.

IMG-20180120-WA0031Un pomeriggio dello scorso inverno, sono nel ghetto a trovare i miei amici senegalesi. Sono almeno una decina, stipati in un container. Fuori fa freddo ed il sole è tramontato da un pezzo. Un piccolo fornello elettrico ha la duplice funzione di cottura cibi e di riscaldamento. Ci soffermiamo su discorsi calcistici, sul lavoro che scarseggia nei campi. Poi, parliamo dei documenti e della loro speranza di ottenimento. Delle difficoltà giornaliere e dei parenti lontani. Non ricordo quanti figli ha Mane e glielo richiedo forse per la quinta volta. Mi risponde 10, da due mogli. Nel frattempo Thierno prepara il thè africano, utilizza due bicchieri per crearne la caratteristica schiuma. Tra una chiacchiera e un sorso di thé, tra una risata ed uno sguardo nel quale scorgo un pensiero malinconico, si fa tardi. Li saluto, salgo in macchina e mi dirigo verso il mio paese, non molto distante da lì. Quel pomeriggio, così come in altre occasioni al ghetto, ho gratuitamente usufruito della loro ospitalità, di quel calore umano che non comprendevo fino in fondo ma che mi si paleserà in tutta la sua forza qualche mese dopo, durante il mio viaggio in Africa.

IMG-20180120-WA0035Sono ormai alle porte le prossime elezioni e, come stiamo già vedendo, il tema dei migranti è uno dei leitmotiv utilizzati da una certa fazione politica. Interventi dozzinali di propaganda e rigurgiti di fascismo, senza alcun pensiero politico concreto sul come affrontare la complessità del tema. In accordo con un’ Europa che si sta dimostrando altrettanto miope ed arrogante nei propri interessi. Il ghetto di Borgo Mezzanone rimane lì, chissà per quanti anni ancora. Lamiere fatiscenti e letti instabili dove pulsa una grande dignità umana. Per molti di coloro che voteranno anche perché contrari alle “migrazioni di massa”, i ghetti sono e rimangono dei luoghi da smantellare quanto prima perché illegali e scandalosi, senza alcun interesse per le persone che quel luogo lo vivono, con fatica, ogni giorno. La loro ragione recherà il nome dell’ideologia della “preservazione della specie”, della doverosa “difesa etnica”. Nel migliore dei casi farfuglieranno un confuso “aiutiamoli a casa loro”. Ciechi di una realtà che non conoscono e forse non hanno il coraggio di conoscere, rimarranno nella loro ipocrisia ed egoismo. Il capro espiatorio, d’altronde, è necessario al piccolo uomo. Poiché, laddove è incapace di crescere in umanità e solidarietà, necessita di crescere in violenza ed esclusione. Straniero a se stesso, conseguentemente straniero agli altri.

 

 

 

Apologia della lunga vita

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“Lunga vita all’uomo che si è perso nelle insensate follie dell’oggi. Percorrendo le sue vie presto conoscerà il senso di un agire personale, intimo, vero. Si armerà di ali leggere e andrà sicuro, con la meta nella mente e nel cuore.

Lunga vita alla solitudine e all’esasperazione dell’apparenza. Poiché la misura è dismisura ormai, il calore e la vicinanza dei corpi grideranno la loro necessità. L’apparenza si sgretolerà come cristallo e lascerà il posto ai sogni che verranno sognati.

Lunga vita ai cuori duri e alle anime tormentate. Si scioglieranno piano, in una giornata dell’autunno che verrà. Troveranno un equilibrio apparente e momentaneo. E ne gioiranno. E se tormento sarà che possa esser creativo, improntato alla bellezza e alla costruzione.

Lunga vita ai potenti e ai violenti. Con la loro potenza insegneranno l’inutilità di tale affanno, la miseria delle loro vite. Con la loro violenza faranno nascere forme di resistenza, che, come lava colante, avvolgerà il futuro re che sarà detronizzato.

Lunga vita alla disillusione e alla tristezza. Poiché da esse, come perfetto opposto, nasceranno le utopie più concrete, dal volto fiero e dalla mano sicura. Le gioie più rare, quindi impresse come marchio a fuoco nel cuore.

Lunga vita all’uomo che non ancora sa e forse non vuole ancora sapere. Solo tale uomo, sufficientemente ingenuo, potrà continuare a ricercare, tra le macerie e i corsi d’acqua di un percorso chiamato vita, intrinsecamente mutevole.

Lunga vita alle anime errabonde. Poiché sono rivolte alla ricerca della stabilità e delle radici, in definitiva ad una pace da modellare, individualmente ma non solitariamente.

Lunga vita all’uomo che nascerà. Onore ed accoglienza saranno gli imperativi a lui necessari. Poiché recherà in se le utopie del domani. Il canto non ancora risuonato e l’alba di un sole che non è ancora nato”.

 

Pearl Jam – Life wasted

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Alcune canzoni, più di altre, incarnano perfettamente il senso della rivolta. La rivolta, ancor prima di essere sociale e politica, deve e vuole essere personale, intrinsecamente umana. Il raccattare i pezzi e il ricomporli dopo un periodo non facile. Lo stringere forte i denti mentre l’aria intorno diventa greve ed il cielo minaccia pioggia di fuoco. Lo spezzare le catene del pensiero negativo, iniziare a correre senza neppure sapere precisamente dove e perché. Life wasted dei Pearl Jam incarna il coraggio di provarci, in ogni caso. I singoli componenti del gruppo imprimono forza sui rispettivi strumenti fin dall’inizio della canzone. E’ il ritmo della vita, del cuore che, anche se alle volte sembra incancrenirsi, pulsa comunque incessante:

Dici sempre che c’è qualcosa che non va
Sto iniziando a credere che sia tutto un tuo piano
La morte è arrivata, ti ha costretto ad ascoltare la sua canzone
E a capire che sul domani non si può fare affidamento

Ho visto la casa nella tua testa
Tutta porte chiuse a chiave e letti sfatti
Ferite aperte e non curate
Lasciami dire solo una volta che

L’ho affrontata, una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro
Sono scappato da una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro
Avendo provato una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro…

I saliscendi della vita mettono alla prova, le ferite del passato stentano a rimarginarsi e altre sfide si dispiegano con il loro carattere di imprevedibilità. Ma la vita non si ferma e attende solo la mano del viaggiatore che vuole rimettersi in gioco, perché ne sente forte l’urgenza:

...Il mondo aspetta proprio lì sulle scale
Lascia il dolore a qualcun altro
Non c’è niente da trovare là dietro
Oppure sei stato tu a lasciarti indietro?

Dici sempre che sei troppo debole per essere forte
Sei più duro con te stesso di quanto non lo sia chiunque altro
Perché nuotare nel canale solo per arrivare fin qui?
Arrivato a metà strada, perché vorresti tornare indietro?

L’oscurità arriva a ondate
Dimmi, perché invitarla a restare?
Ti scaldi con la negatività
Sì, la comodità è un’energia
Ma perché far suonare la canzone triste?…

I Pearl Jam sono un gruppo di amici e musicisti che ha vissuto periodi di alti e bassi, lutti ed esaltazioni, alla continua ricerca di un equilibrio, incessantemente mutevole e da rimodellare. Life wasted (vita sprecata), insegna che bisogna far tesoro degli errori del passato, curare le proprie ferite perché nessuno lo farà davvero se non noi. Indugiare nel buio ma solo per raccogliere le energie, per darsi un ulteriore slancio. Il finale della canzone è roboante, delinea la strada della rivincita. Il chitarrista Mike McCready mette al servizio delle parole di Eddie un assolo tagliente, veloce e contemporaneamente lucido e centrato. Il miglior modo per riprendere la strada con la marcia ben ingranata, lungo le vie splendidamente ignote della vita:

…L’ho affrontata, una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro
Sono scappato da una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro
Avendo provato una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro
L’ho cancellata, una vita sprecata
Non tornerò mai più indietro”.

 

Così parlò Zarathustra – Del passare oltre

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39215_1Così, procedendo lentamente in mezzo al popolo e a molte svariate città, tornava Zarathustra, allungando la strada, alla sua montagna e alla sua spelonca. Ed ecco che senz’accorgersene giunse alle porte della grande città: e qui si gettò su di lui a braccia aperte un folle con la schiuma alla bocca e gli sbarrò la strada. Costui era lo stesso folle che il popolo chiamava “la scimmia di Zarathustra”: perché aveva preso qualcosa del ritmo e dell’intonazione del suo discorrere e volentieri attingeva anche al tesoro della sua saggezza. E così parlò il folle a Zarathustra:

“O Zarathustra, ecco la grande città: qui non hai niente da acquistare e tutto da perdere. Perché mai guardi questo fango? Abbi compassione del tuo piede! Sputa piuttosto sulla porta della città e – torna indietro! Qui è l’inferno per i pensieri da eremita: qui i grandi pensieri vengono lessati vivi e cotti a pezzetti. Qui si putrefanno tutti i grandi sentimenti: qui possono far sentire i loro passi stenti solo sentimentucci stenti ed ossuti! Non lo senti già l’odore dei macelli e delle bettole dello spirito? Non esala questa città i fumi dello spirito macellato?  Non vedi penzolare le anime come flosci e luridi stracci? – Di questi stracci fanno ancora giornali! Non senti che qui lo spirito è diventato un gioco di parole? E butta fuori una ripugnante risciacquatura di parole! – E di questa risciacquatura fanno ancora giornali! Si aizzano a vicenda e non sanno contro che cosa. Si riscaldano a vicenda e non sanno perché. Fanno chiasso con la loro latta, tintinnano con il loro oro. Sono freddi e cercano calore nell’acquavite: sono riscaldati e cercano rinfresco presso spiriti congelati; sono tutti infermi e affetti da opinioni pubbliche. Qui sono di casa tutte le voglie e tutti i difetti; ma ci sono anche dei virtuosi, c’è molta virtù servizievole e in servizio. Molta virtù servizievole con dita scrivane e un deretano sodo, atto alla pazienza e all’attesa, virtù benedetta da piccole stelle sul petto e da figlie imbottite e senza didietro. Anche qui c’è molta devozione e molto credulo leccare e adulare e un continuo sfornare lusinghe davanti al dio degli eserciti. “Dall’alto” gocciolano giù la stella e la saliva della benevolenza; all’alto aspira ogni petto sguarnito di stelle. La luna ha il suo alone, ovvero la sua corte, e la corte ha le sue escrescenze: ma a tutto ciò che viene dalla corte rivolge le sue preghiere il popolo mendico e ogni virtù mendica e servizievole. “Io servo, tu servi, egli serve” – così prega ogni virtù servizievole rivolta al suo principe: che la stella guadagnata sia alfine appuntata sull’esile petto! Ma la luna ruota ancora intorno a quanto vi è di terrestre: così ruota anche il principe intorno a quanto v’è di più terrestre: – ed è l’oro dei mercanti. Il dio degli eserciti non è un dio delle barre d’oro: il principe propone e il mercante – dispone! Per tutto quanto è luminoso e forte e buono in te, o Zarathustra! Sputa su questa città di mercanti e torna indietro! Qui il sangue scorre per tutte le vene marcio, tiepido e spumoso: sputa sulla grande città che è la grande cloaca dove si radunano schiumeggiando le sozzure! Sputa su questa città di anime schiacciate e di petti esili, di occhi pungenti, di dita appiccicose – su questa città di invadenti, di spudorati, di scrivani e di urloni, di ambiziosi accalorati: – dove quanto v’è di corrotto, infame, libidinoso, tetro, rammollito, ulceroso, celato come congiura, confluisce in un unico accesso: – sputa sulla grande città e torna indietro!”

Ma qui Zarathustra interruppe il folle schiumante d’ira e gli tappò la bocca.

“Smettila, gridò Zarathustra “Già da un pezzo mi nausea il tuo discorrere e il tuo modo! Perché dimorasti così a lungo presso la palude, da dover diventare tu stesso rana e rospo? Non ti scorre già forse nelle vene un putrido spumoso sangue palustre, sì che imparasti a gracidare e a imprecare? Perché non andasti nel bosco? O non arasti la terra? Non è pieno il mare di verdi isole? Io disprezzo il tuo disprezzare; e giacché tu mi ammonisti, perché non ammonisci te stesso? Soltanto dall’amore deve levarsi in volo il mio disprezzo e il mio uccello ammonitore: non dalla palude! Ti chiamano la mia scimmia, folle schiumante: ma io ti chiamo il mio porco grugnente, – col tuo grugnito mi rovini anche la mia lode alla follia. Che cosa, infatti, ti fece grugnire la prima volta? Che nessuno ti abbia lusingato abbastanza: – per questo ti mettesti vicino a questa lordura. per avere motivo di grugnire molto,  – per aver motivo di molta vendetta! Vendetta, infatti, o vanitoso folle, è tutta la tua schiuma; io ti ho scoperto! Ma la tua parola di folle mi arreca danno perfino dove hai ragione! E quand’anche la parola di Zarathustra avesse cento volte ragione: tu con la mia parola faresti sempre – torto!”

Così parlò Zarathustra; e guardò la grande città, sospirò e tacque a lungo. E infine parlo così:

“Mi disgusta questa grande città, e non soltanto questo folle. Qui e là non v’è nulla da migliorare, nulla da peggiorare. Guai a questa grande città! – Vorrei scorgere la colonna di fuoco in cui essa brucia! Poiché queste colonne di fuoco precedono inevitabilmente il grande meriggio. Ma ciò ha il suo tempo e il suo destino! – Ma a te, folle, do come congedo questo insegnamento: dove non si può più amare, là si deve passare oltre!”

Così parlò Zarathustra e passò oltre il folle e la grande città.

La schiacciante preminenza dell’avere. Fromm e la sua utopia umana.

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Il secondo libro, del trittico delle “letture di resistenza”, è Avere o essere? di Erich Fromm. Un tema che a prima vista può sembrare banale, tacciabile di qualunquismo o, dall’umana negligenza, di pensiero partigiano, anacronistico, ideologico, spaventosamente comunista. Erich Fromm, uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, con questo libro datato 1976, denota un’originale interpretazione della società e dei suoi repentini mutamenti. Il suo orientamento, prepotentemente umano, non ammette speculazioni interpretative, fin dall’inizio del libro, quando declina le motivazioni del fallimento del progresso:

  • La soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene, né è la strada per raggiungere le felicità o anche soltanto il massimo del piacere.
  • Il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando abbiamo cominciato ad aprire gli occhi e a renderci conto che siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica, e che i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dall’industria e dai mezzi di comunicazione di massa controllati dagli uni e dall’altro.
  • Il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi, e il divario tra nazioni ricche e nazioni povere si è più che mai ampliato.
  • Lo stesso progresso tecnico ha avuto come conseguenza il manifestarsi di pericoli per l’ambiente e di rischi di conflitti nucleari, e sia gli uni sia gli altri, agendo isolatamente o insieme, possono mettere fine all’intera civiltà e forse anche a ogni forma di vita.

Erich Fromm individua nelle due modalità di avere ed essere, antropologicamente e psicoanaliticamente, caratteri sociali e individuali differenti, fondamenti esistenziali diversi. Il linguaggio stesso, modificato nel corso del tempo e passato da espressioni quali “sono agitato” a “ho un problema”, reca in sé un’alienazione inconscia. L’avere come sinonimo del consumare. L’acquisto che placa l’ansia ma, contemporaneamente, accresce il desiderio successivo in  quanto la gratificazione per l’acquisto appena concluso viene meno. La formula, dunque, diviene: “io sono = ciò che ho e ciò che consumo. Avere ed essere sono i due poli che, in quanto modalità esperienziali, caratterizzano tutti gli aspetti dell’umano agire, dall’apprendere al ricordare, dal conversare al leggere, dall’esercitare autorità al conoscere, dall’aver fede all’amare. Constatando, anche in questo caso, l’impossibilità di sintesi di un libro così ricco di riflessioni e procedendo a grandi linee nella sua spiegazione, Fromm delinea la modalità dell’avere, che si declina nella società avida basata sulla proprietà privata come regola. La natura dell’avere deriva proprio dalla natura della proprietà privata; le religioni giudaica e cristiana l’hanno definita cupidigia, quella buddhista bramosia. Nella nostra società post-valoriale e capitalistica di ultimo stadio incarna l’idolo assoluto, il senso ultimo, il dio finalmente desacralizzato. Non vi è reale rapporto tra le cose e gli uomini ma, all’inverso, le cose finiscono per possedere poiché il sentimento di identità individuale si riduce sul possesso stesso. Freud sottolineava come: “l’orientamento predominante verso il possesso si manifesta nel periodo che precede il raggiungimento delle piana maturità, ed è patologico qualora divenga permanente”. Ne concludiamo che la società attuale, e molti dei suoi componenti, sono in sofferenza costante:

“Le norme secondo cui la società funziona plasmano anche il carattere dei suoi membri (carattere sociale). In una società industriale, le norme in questione sono: l’aspirazione ad acquisire proprietà, a conservarla e ad aumentarla, vale a dire a realizzare un profitto, e coloro che hanno proprietà sono oggetto di ammirazione e invidia, quasi si trattasse di esseri superiori. Tuttavia, la stragrande maggioranza della popolazione non gode di proprietà nel senso effettivo, cioè di capitali e impianti, e non si può non porsi, sorpresi, la domanda: come accade che questa gente realizzi la propria aspirazione ad acquisire e conservare proprietà o conviva con essa? Oppure: come possono sentirsi detentori di proprietà, quando non ne hanno neppure una degna di tale nome? Naturalmente la risposta è ovvia….E al pari dei titolari di grandi proprietà, i poveri sono ossessionati dall’idea di conservare ciò che hanno e di accrescerlo, sia pure in misura infinitesimale”.

L’essere, al contrario, non si interessa del possesso ma si fonda sull’esperienza, sulla molteplicità della natura umana, sull’interazione con gli altri. Rinunciare al proprio egocentrismo e all’avere procura oggi ansia continua, mancanza di riconoscimento sociale. Poiché essere fuori dalla competizione sociale, unico crocevia di confronto, corrisponde ad essere privo di identità sociale e privata. Essere invisibile. Il sociologo procede, sottolineando che il concetto di essere deve essere distinto tra vita vera  e essere indaffarati. Ovvero tra attività alienata, dove l’io soggetto non è parte attiva del processo esperienziale ed attività non alienata, dove l’io sperimenta se stesso in quanto soggetto dell’attività.

L’attività non alienata è un processo che consiste nel far nascere, nel produrre qualcosa e nel continuare ad avere rapporto con ciò che produco; questo implica anche che la mia attività è una manifestazione dei miei poteri, che io e la mia attività siamo tutt’uno. A quest’attività non alienata do il nome di attività produttiva“.

Le modalità dell’essere e dell’avere recano rispettivamente una serie di qualità intrinseche: sicurezza ed insicurezza, solidarietà ed antagonismo, gioia e peccato. Andando più nel profondo, fanno i conti con la vita e con la morte. Erich Fromm, richiamando gli insegnamenti del Buddha e dei grandi maestri spirituali, sottolinea come la paura della morte è superabile mediante il non possesso. La morte è infatti: “la paura di perdere ciò che si ha, ovvero  la paura di perdere il mio corpo, il mio io, i miei possessi, la mia identità”. In un senso non tendente al trascendente, ma che metta l’uomo al centro: “La liberazione dalla paura di morire non dovrebbe essere intesa come preparazione alla morte, bensì assumere la fisionomia di un continuo sforzo volto a ridurre la modalità dell’avere e ad aumentare la modalità dell’essere“.

Nella parte terza del suo libro, Fromm delinea le condizioni che, secondo lui, possono portare alla trasformazione della società, in direzione di un radicale mutamento del carattere dell’uomo. All’uomo nuovo ed alle sue declinazioni quali rinuncia all’avere come unica forma esistenziale, solidarietà con gli altri, amore e rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni, riduzione della brama di possesso, vivere senza adorare idoli, piena crescita del sé, conoscenza di se stessi; qualità queste prese in prestito dal Buddhismo e dalla religioni orientali, oltre che da dottrine filosofiche che vanno da Spinoza a Marx.

La realizzazione della nuova società e dell’uomo nuovo è possibile solo a patto che le vecchie motivazioni del profitto e del potere siano sostituite da nuove: essere, partecipare, comprendere; a patto che il carattere mercantile sia sostituito dal carattere produttivo, teso all’amore; a patto che la religione cibernetica (e del consumo aggiungerei) sia sostituita da un nuovo spirito radical-umanistico”.

Il libro fu pubblicato nel 1976 ed Erich Fromm ci lascerà nel 1980. Sono passati 37 anni e il movimento è stato ancor più repentino e radicale. La prospettiva dell’avere cui Fromm invitava a rifuggire è diventata ancor più l’unica modalità di pensiero e di agire della società capitalistica e neo-liberista. La globalizzazione ha esteso questi problemi ad un livello planetario, lasciando storditi anche i pensatori più raffinati. Le filosofie orientali sono entrate nelle nostre vite, più come modalità di protezione dallo stress che come nuove alternative di vita. I mezzi di comunicazione di massa, a livello mainstream, incarnano la via dell’avere, in tutte le sue declinazioni. Sparute sono le forme alternative del pensare, che fungono per lo più da irritazione sociale, come direbbe il sociologo Niklas Luhmann. Il cambiamento, rispetto all’ordine costituito, ha assunto la forma stessa della società globalizzata e sembra possa derivare solo ed unicamente da una decisione astratta, autoreferenziale, non modificabile dal singolo. Non resta che la via solitaria e solidale. Ed è esclusivamente in quest’ottica che mi sembra possano esser prese oggi le parole e gli accorati suggerimenti di Erich Fromm. Un grande umanista, ancor prima che un grande studioso della società.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così parlò Zarathustra. Prefazione-4

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friedrich-nietzsche-by-edvard-munchMa Zarathustra guardò il popolo e si meravigliò. Poi disse: L’uomo è una fune sospesa tra l’animale e il superuomo, – una fune sopra l’abisso. Un pericoloso passare dall’altra parte, un pericoloso esser per via, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso inorridire e arrestarsi. Quel che è grande nell’uomo è che egli è un ponte e non una meta: quel che si può amare nell’uomo è che egli è transizione e tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non per tramontare, perché sono coloro che passano dall’altra parte. Io amo i grandi spregiatori, perché sono i grandi veneratori e frecce del desiderio verso l’altra sponda. Io amo coloro che non cercano oltre le stelle una ragione per tramontare e sacrificarsi: bensì si sacrificano alla terra perché divenga un giorno del superuomo. Io amo colui che vive per conoscere e che vuole conoscere perché un giorno viva il superuomo. Così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che lavora ad inventa per edificare la casa al superuomo e preparargli terra animali e piante: perché così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che ama la propria virtù: perché la virtù è la volontà di tramontare e una freccia del desiderio. Io amo colui che non serba per sé una goccia di spirito, ma vuole essere per intero lo spirito della sua virtù: così egli varca come spirito il ponte. Io amo colui che della sua virtù fa la propria inclinazione e il proprio destino: così egli vuole vivere ancora e non vivere più per amore della propria virtù. Io amo colui che non vuole avere troppa virtù. Una virtù è più virtù di due, perché è un nodo più forte a cui si aggrappa il destino. Io amo colui la cui anima si dissipa, che non vuole gratitudine e che non contraccambia: perché dona sempre e non vuole tenersi in serbo. Io amo colui che si vergogna quando il dado cade in suo favore, e chiede: forse ho barato? – poiché egli vuole perire. Io amo colui che getta parole d’oro prima delle sue azioni e mantiene sempre più di quanto promette: poiché egli vuole perire. Io amo colui che giustifica i venturi e assolve i passati: poiché vuole perire per causa dei presenti. Io amo colui che punisce il proprio dio, perché ama il proprio dio; infatti egli dovrà perire dell’ira del suo dio. Io amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita e che può perire di una piccola esperienza: così egli passa volentieri quel ponte. Io amo colui che ha l’anima così traboccante da dimenticare se stesso e tutte le cose che sono in lui: tutte le cose diventano così il suo tramonto. Io amo colui che ha lo spirito libero e il cuore libero: così la sua mente è solo le viscere del suo cuore, ma il suo cuore lo spinge al tramonto. Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, che cadono ad una ad una dalla nube oscura sospesa sopra gli uomini: essi annunziano che viene la folgore, e periscono come annunziatori. Ecco, io sono un annunziatore della folgore e una gocce greve della nube: ma questa folgore si chiama superuomo.

                                                                                 Friedrich Wilhelm Nietzsce

 

Astrazione. Ovvero l’utopia dell’utopia.

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Siamo nella società cosiddetta “post-ideologica” e globalizzata, dove la crisi d’identità e valori sembra un dato di fatto, incontrovertibile. Immaginarsi che posto possa occupare oggi la parola utopia, che oscilla comunemente tra i significati di idea irrealizzabile e fanciullesca follia. Ci incamminiamo verso l’epoca dell’utopia dell’utopia, dell’astrazione all’ennesima potenza. L’immaginazione umana tenderà verso un progressiva atrofizzazione o comunque trasformazione radicale, a favore del futuribile scenario dei computer quantistici? Quale sarà l’utilizzo e i fini di tali super macchine? Ad oggi nessuno è in grado di immaginarlo. Al di là di queste considerazioni, in un sabato pomeriggio come tanti, mi piacerebbe parlare di utopia e del suo carattere anacronistico e svuotato di senso. Il sociologo ed urbanista statunitense Lewis Mumford nel suo libro “Storia dell’utopia” datato 1922 (dopo la catastrofe della prima guerra mondiale), passa in rassegna i pensieri dei grandi utopisti, partendo da Platone e Moro. La virtù predominante che, in ogni caso, caratterizza ogni utopia è questa:

“Le opere classiche degli utopisti, avevano sempre trattato la società come un tutto unico e tenevano conto, almeno nelle intenzioni, della interazione tra lavoro, individui e residenza e dei rapporti esistenti tra funzioni, istituzioni e fini dell’uomo. La nostra civiltà ha diviso – e questo si può considerare il vizio insito in tutte le civiltà più evolute – la vita in compartimenti: economia, politica, religione, guerra, educazione; e all’interno, di queste divisioni più generali, i tentativi di riforma e di progresso, di creazioni e di scoperte, si sono suddivisi in compartimenti ancora più piccoli, con troppo vaghe relazioni col più ampio tutto di cui facevano parte. Io sono giunto, dunque, a considerare il pensiero utopista come l’opposto dello spirito unilaterale, partigiano, parziale, specialistico”. 

L’utopia, come pensiero di miglioramento della condizione umana, nasce sempre in epoche buie, in periodi di disordini e violenze. Mumford sottolinea l’importanza del mondo delle idee, del mondo interiore, al pari di quello esteriore, del mangiare e del bere. Proprio dalle idee, dalla cosiddette utopie, sono stati messi in atto storicamente processi di miglioramento del vivere umano. Senza un’idea che prelude al miglioramento esso stesso è impossibile:

Un’idea è un fatto reale, una teoria è un fatto reale, una superstizione è un fatto reale, tanto a lungo quanto gli uomini continuano a regolare le proprie azioni nei termini di quell’idea, teoria o superstizione; non è meno reale anche se viene fatta conoscere come immagine o vago rumore”.

Mumford, inoltre, compie un netto distinguo, tra utopia della fuga, spesso interiore, e utopia della ricostruzione, che deve essere giocoforza attiva, tesa al mondo esteriore. Platone, ad esempio, nella Repubblica e nello sfacelo della guerra tra Atene e Sparta, immagine un’ideale di città con caratteristiche specifiche, una città regione dove è inesistente il problema del lavoro poiché è la natura del territorio a provvedere alla sussistenza di tutti. Una società umana, dove la cooperazione tra persone non autosufficienti in tutto e per tutto, mira al mutuo vantaggio ed ad una comunità solidale. Lo stato ingiusto, per il filosofo greco, prende infatti forma parallelamente all’aumento dei desideri e beni superflui degli uomini. Il sociologo poi continua con una ricostruzione storica, che va da Tommaso Moro e la sua “isola di Utopia” a “Cristianopolis” di Johann Valentin Andreae. Passando per le “utopie minori” di Bacone e Campanella, alle utopie che nascono come reazione furiosa alla prima età industriale, all’introduzione delle macchine che si sono ben presto rivelate strumenti di asservimento:

“Le macchine la cui produzione era così grande da poter vestire tutti gli uomini e i nuovi metodi e i nuovi strumenti in agricoltura che promettevano raccolti così abbondanti da poterli nutrire tutti, proprio quegli strumenti che dovevano fornire all’intera comunità i fondamenti concreti per una vita felice, si trasformarono per la maggior parte della gente, che non possedeva né capitali né terre, in qualcosa di molto simile agli strumenti di tortura”.

Dalla prima età industriale e dalla rivoluzione industriale, al capitalismo e al neo-liberismo attuale il fil rouge è il medesimo. Da un’ordinata e rispettosa “conquista” della natura, ben presto, si è passati ad una corsa furiosa al saccheggio, per il vantaggio di pochi a scapito di molti. Dimenticando che l’uomo è un’essere sociale, il cui equilibrio deriva da molteplici componenti:

“Come nella Repubblica, l’ideale a cui tende l’utopia di Fourier è l’armonia; infatti l’uomo ha un triplice destino e precisamente “un destino industriale, per armonizzare il mondo fisico; un destino sociale, per armonizzare il mondo morale o delle passioni; e un destino intellettuale, per scoprire le leggi dell’ordine e dell’armonia universale”. 

Impossibile continuare nella descrizione delle teorie utopistiche, tracciate sistematicamente e mirabilmente da Mumford, per questione di spazio e per difficoltà di sintesi del sottoscritto. Per questi motivi invito alla lettura del libro, davvero esauriente e fonte di continue riflessioni. Ciò che però è possibile evidenziare nel capitolo conclusivo del suo libro è esso stesso E-utopia, inteso come il “buon posto”. La via da perseguire è quella della tensione alla scomparsa dei “mondi incompleti”, storicamente derivati dal conflitto tra scienze e letteratura, dalla separazione graduale ma decisa della scienza dalla cultura:

“Vi fu un tempo in cui il mondo della conoscenza e il mondo della fantasia non erano separati; quando l’artista e lo scienziato, per scopi del tutto pratici, guardavano il mondo esterno attraverso lo stesso tipo di lenti”.

Viene a mancare un contatto tra le scienze, prodotto dell’uomo, e il soggetto che le crea e da lì, con la “progressione del progresso”, la preminenza assoluta della tecnologia, dell’economia finanziaria, della scienza che ha valore in sé e per sé, a scapito di una gerarchia nella quale è l’uomo a ricoprire il ruolo centrale. L’artista che si distacca dalla comunità e “l’allontanarsi delle sue energie dalla bellezza”. Con la globalizzazione, le nuove forme di comunicazione di massa, la preminenza dei mercati finanziari sugli stati sovrani, l’idea di nazione sempre più in crisi, l’identità umana e sociale spesso ridotta ad una serie di ruoli, per lo più imposti dal sistema sociale, la situazione si complica, progressivamente per l’appunto. L’utopia diventa astrazione, ovvero utopia dell’utopia. Forse, si potrebbe ripartire da un senso comunitario, dall’ambiente che ci circonda, dalla centralità del benessere dell’uomo e dalle vie che possano portare a tale benessere. Perché, come già concludeva Luis Mumford, nel 1922:

“Il compito più importante che ci aspetta in questo momento è di costruire castelli in aria. Non dobbiamo avere paura, come Thoreau ci ricorda, che il nostro lavoro vada perduto. Se le nostre eutopie sorgono dalla realtà del nostro ambiente non sarà difficile gettare delle fondamenta ad di sotto di esse. Senza un piano concordato, senza un progetto a grande respiro, i piccoli mattoni della nostra costruzione potrebbero tranquillamente restare nella fornace; poiché un disaccordo fra le menti degli uomini prelude, alla fine, ad una rapida rovina di qualunque cosa possano ricostruire. L’ultima parola è un invito alla perfezione. Quando si realizza ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scompare”.

 

 

 

Per il mantenimento di uno spirito critico: letture di resistenza

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20171012_002010La schiavitù ha varie forme e non contempla, unicamente, l’assoggettamento diretto e violento di un ente, gruppo o persona su un’altro/a. Il meccanismo è molto più sottile, implica la soggezione e lo svilimento continuo e quasi impercettibile. Nella progressione e nella costanza ha la sua forza; il motore su cui si fonda è la paura. La paura di non trovare un lavoro, ovvero un riconoscimento sociale. Da questo mancato riconoscimento deriva la paura dell’esclusione, il sentirsi meno degli altri. La paura si allarga agli ambiti relazionali, affettivi, profondi. Lo standard di vita diventa la precarietà, la flessibilità, il “surfare” sulle onde di una mare costantemente in tempesta, per lo più sconosciuto ed oscuro. Il viaggio di ogni vita diviene sempre più solitario, la competizione un diktat subito. L’altro, antropologicamente, diventa il competitor, il nemico. In ultima analisi, lo straniero, il terrorismo, l’astrazione della paura. In nome di chi o cosa? Le scienze sociali provano ad interpretare una realtà che cambia molto velocemente, individuano i meccanismi sottesi a tali cambiamenti ma, con difficoltà, propongono soluzioni razionali e modelli di applicazione delle stesse. La difficoltà principale consiste nella natura stessa del cambiamento, per la prima volta globale e accettata da molti come immutabile e dotata di una (non)logica immanente. La soluzione dovrebbe porsi sullo stesso piano del problema, dovrebbe assumere le fattezze di una nuova e moderna metafisica, quantomeno il risveglio di una coscienza globale più umana. Come purtroppo sempre più spesso capita, l’unica consolazione in mezzo ad un mare di qualunquismo e rassegnazione, sono alcuni libri che hanno la forza di riaccendere il fervore di anime ancora non totalmente sopite. Il primo libro “Storia dell’utopia” di Lewis Mumford è incentrato sul concetto di utopia e sulla sua centralità nella storia dell’uomo. Il secondo, Avere o essere? di Erich Fromm, ci mostra una bilancia  dove su un piatto pesa gravosa la modalità dell’essere umano incentrata sul’avere, a scapito della modalità dell’essere, indispensabile per l’equilibrio di un corpo sociale ed umano sano. Infine, Zygmunt Bauman, nel suo Modus vivendi, inferno e utopia del mondo liquido, traccia un’originale ed acuta analisi della società attuale sempre più dominata dalle paure, dal mondo dei “cacciatori” a ogni costo, dalla sopravvivenza individuale a scapito del miglioramento collettivo. I prossimi scritti saranno un modesto tentativo di sintesi di questi libri. Che molto hanno da dire per chi ha tempo e voglia di leggerli, poiché palesano la condizione in cui versa la società, oggi. Caratterizzata da una vacuità di valori ed una mancanza di spirito critico che confluiscono in una disillusione comprensibile, ma non per questo accettabile. Nell’assoluta e fiera convinzione che ogni giorno un’ingiustizia viene perpetrata, se non difendiamo le porzioni di libertà e umanità che continuano ad esserci sottratte.

All’ 11 Ottobre e alla libertà dimostrata esattamente un anno fa’. Agli affetti incontrati durante il mio ultimo anno di vita, depotenziati nel coraggio di realizzare se stessi ma che ce la faranno, in ogni caso. A chi resiste alla virtualità della vita, preferendo sentire il calore del corpo. Alle nuove generazioni, spesso inconsapevoli ma prime vittime di un sistema che non ha lungimiranza, né interesse nella loro cura. Alla terra rossa dell’Africa e agli occhi scuri dei suoi abitanti. A chi ha ancora la forza e la volontà di restar vigili.